Ha superato il confine con i soldi guadagnati. Quasi non le bastavano, ma ha trovato il modo di arrotondare. E non appena ha letto il cartello del confine ha capito di aver preso la decisione giusta. Di essere andata nella giusta direzione. Come un flash, una parola si è affacciata alla mente e ha subito cercato un mezzo per raggiungere la meta: Philly.
Di soppiatto si è infilata in un treno merci che si è fermato in uno stato vicino. E lei ha dovuto aspettare, cercare di sopravvivere, racimolare qualche soldo prima di trovare un mezzo alternativo per raggiungere la città che potrebbe contenere le risposte che cerca.
Fare l'autostop è stato più facile di quanto si aspettasse, ma stare a ridosso dello sportello si rivela sempre più scomodo, così come scomode sono le attenzioni del camionista che l'ha caricata.
- Allora? Da dove vieni, sweetie?
- Sud.
- Texas?
Lei non risponde.
- No, eh? Sembri più tipo da Louisiana... o Mississippi. O sei del New Mexico? Ce ne sono di problemi da quelle parti! Anche io me la sarei svignata!
Ridacchia tra sé e sé, poi si allunga verso di lei. Istintivamente Ariela si tira indietro, quasi raggomitolandosi contro la portiera, ma non basta ad evitare la carezza "accidentale" che l'uomo le fa mentre va ad aprire uno sportello. Ne tira fuori un sacchetto con delle noccioline e le sorride viscido mentre una pistola fa capolino da dietro un panno di camoscio.
- Ne vuoi? Serviti!
Esclama lasciando il sacchettino accanto a lei dopo aver preso una manciata di arachidi.
- Ce l'hai almeno un nome?
E nonostante la poca confidenza e la diffidenza innata, la fame la spinge a infilare la mano nel sacchetto per prendere qualche nocciolina.
- Mi chiamavano Ariela.
- Ariela? Sei messicana?
La squadra con attenzione, divorando quel che può con gli occhi lievemente iniettati di sangue.
- Beh, non si direbbe proprio, sweetie!
Esclama ridendosela.
- E che ci vieni a fare a Philadelphia? Vai a trovare il tuo ragazzo?
- No. Non ce l'ho il ragazzo.
Piccata, come se la sola idea fosse un'idiozia. E l'uomo ghigna.
- Ah, ho capito! Sei una di quelle a cui piace divertirsi senza impegno.
Afferma con un luccichio pericoloso negli occhi. Quel luccichio che già le è costato troppo e che le è bastato vedere una sola volta per riconoscerlo.
- Voglio scendere.
- Come?
- Fermati e fammi scendere.
- Su, su, non prendertela! Stavo solo scherzando! E poi siamo quasi arrivati! Vedi?
E in effetti stanno superando il cartello di benvenuto. Lei si irrigidisce e allo stesso tempo i suoi occhi si sgranano cercando di canalizzare quanti più dettagli possibili della città. Tenta di stimolare la memoria, di capire se è davvero nel posto giusto. E' talmente presa da quella ricerca che non si accorge che il camion si è fermato fin quando non sente un paio di dita scivolarle lungo la coscia.
- Sai, sei davvero carina... con quell'espressione da bambina eccitata...
La mano si spinge oltre, si apre e le dita si insinuano nell'interno coscia prima di afferrarla con decisione. L'uomo si avvicina costringendola ancora di più contro lo sportello e a lei pare di vivere un dejà-vu.
- Sei eccitante, sweetie...
Il calore aumenta improvvisamente e i vetri si appannano mentre il suo corpo inizia a fumare. L'uomo si ritrae di scatto, gli occhi quasi fuori dalle orbite mentre punta lo sguardo nel suo.
- non. Ti azzardare. A toccarmi.
- S... sei... una super... non... non sei umana...
- No. E adesso portami in città o giuro che do fuoco a tutta la fottuta baracca.
- Va bene, va bene... Sta' calma, sweetie.
- E smettila di chiamarmi sweetie!
- E... E come vuoi che ti chiami?
Ma non ha una risposta da dargli. Si chiude di nuovo nel silenzio mentre l'uomo terrorizzato riprende la marcia. La lascia in un vicolo della parte nord, ed è chiaramente sollevato quando lei scende dal camion. Non si salutano, lei si limita a sbattere la portiera con forza quello sportello e poi guardarsi intorno mentre il motore aumenta i giri e alza un polverone portandosi via la sgradevole presenza dell'uomo sfilandole di fianco.
E a lei non resta che cercare un posto che le sia familiare. O qualcosa che finalmente le gridi chiaro il suo nome: Bryanna.
Where there's Desire there's gonna be a Flame
sabato 24 agosto 2019
Backfire
Non è cambiato molto da quando è arrivata. Forse solo il fatto che ha imparato a capire le persone che la circondano. E ha imparato perfino a rispondere a tono quando serve.
Ha messo da parte un po' di quei soldi che le sono stati dati, ma non ci sono molti posti dove nasconderli. La vita alla piantagione è dura, ma le ha permesso di riscoprire se stessa. La maggior parte dei braccianti ancora la evita, come se non riuscissero a fidarsi totalmente di lei. Come se avesse un marchio addosso che solo loro possono vedere. Ma non le importa. Lei ha Flor e tanto le basta. E' perfino riuscita a vedere la sua bambina una volta. Non somiglia più molto alla foto che le ha mostrato, ma somiglia decisamente alla sua mamma. E per qualche strana ragione, vederla le ha fatto raggranellare uno strano nodo alla gola. Non se lo è saputo spiegare, ma ogni tanto le capita.
La memoria ancora non è tornata. Solo quei volti che continuano a susseguirsi, senza una logica, senza che possa chiedere chi siano. Da dove vengono. E da dove viene lei.
Il suo nome ormai è Ariela, ma da qualche parte dentro di lei sa che non è così che si chiama. Sente che c'è un altro nome pronto a sgusciare fuori da un momento all'altro, come se fosse sulla punta della lingua ogni volta. Ma non abbastanza da essere cacciato fuori.
La giornata è nuvolosa, il caldo incessante e subdolo. Ansima appena sotto il grosso cappello di paglia che Flor le ha intrecciato, e la sua pelle ormai patita per il duro lavoro ha quasi smesso di scottarsi. La pausa pranzo ha suonato per tutti, ma dell'amica non c'è traccia. La va a cercare. Non vuole restare da sola mentre si prende quei pochi minuti di calma. Non vuole sentirsi gli sguardi addosso.
Supera la loro baracca, svolta l'angolo che la compone e sente delle voci. Una è di Flor, le altre di due uomini.
- *Avanti, non fare la difficile.*
- *Se fai la brava magari ti piace anche.*
Lei si affaccia e la vede: uno dei due la tiene per le spalle e l'altro armeggia la cintura dei jeans per calarseli.
- Flor? Che succede?
Si voltano tutti verso di lei.
- Ariela...
La donna è sorpresa ma non riesce a dire altro.
- *Ah, ecco la strana piovuta dal cielo. Magari oggi ci divertiamo in quattro, che ne pensi, Juan?*
- *Non sono mai stato con un'aliena.*
- *Oggi è il tuo giorno fortunato allora, amico.*
Sghignazzano e mentre Juan lascia andare Flor il suo compare la prende in carico infilandole una mano sotto il vestito e assaporando le forme voluttuose della donna.
- *No! Ariela, va' via!*
- *Sta' zitta. O ti faccio più male di quanto mi piaccia.*
Lei si irrigidisce ma non scappa. Resta immobile mentre Juan la afferra per un braccio strattonandola.
- *Non mi piacciono le bionde, ma con te farò un'eccezione.*
- Non... Non toccarmi...
Cerca di liberarsi, ma l'uomo la stringe con più forza.
- *Sai, non capisco una parola di quello che dici. Ma se ti faccio urlare non fa differenza.*
- Lasciami!
- *Lasciatela! Non importa che le fate male!*
Florencia cerca di proteggerla, ma lei sente che non può lasciarla lì. Che non può sopportare di vederla così.
- *Ti ho detto di stare zitta, puttana!*
L'uomo la schiaffeggia con forza e lei sente la rabbia affiorare con prepotenza.
- *Avanti, muoviti! Alzati!*
Flor viene strattonata e sbattuta contro la parete, più o meno nello stesso momento in cui Juan la spintona, voltandola per impedirle di reagire, inchiodandola a sua volta alla baracca.
- *Hm, cos'abbiamo qui? Sei proprio un'aliena, allora, eh? Un culo così non l'ho mai visto a nessuna dalle nostre parti...*
- Lasciami.
- *Come dici, dolcezza? Non ti capisco se parli alieno...*
- *Ho detto: lasciami!*
E in un attimo il suo corpo prende fuoco. Letteralmente. I capelli si sollevano, prendendo la consistenza delle fiamme, mentre i suoi abiti finiscono in cenere insieme a quel bel cappello di paglia.
Juan fa un salto indietro, urlando di dolore e lei torna libera di respirare.
- *Maccheccazzo...*
- *E' una mutante! Una cazzo di mutante!*
- *porca puttana!*
- *Sparale!*
Tutte quelle urla, quelle parole, la paura... per un attimo tutto si ferma, procedendo al rallentatore. Tutti quei rumori sembrano accavallarsi ad altri, come se la memoria si stesse risvegliando mentre lei si rende conto di cos'è. Di cosa è capace. Non ha tempo per cercare di estrapolare delle informazioni: un proiettile fischia accanto al suo orecchio e lei deve rapidamente tornare alla realtà.
Vede Juan a terra, sofferente e ululante. Vede Flor accasciata, terrorizzata e sgomenta. Vede l'altro uomo prendere la mira.
In un attimo, seguendo un istinto radicato, gli ringhia addosso neanche fosse un animale e gli si scaglia contro.
Lo atterra. inchiodandolo al suolo e si mette a cavalcioni su di lui. L'uomo urla di dolore, grosse piaghe che gli si sviluppano rapidamente addosso mentre quelle fiamme divorano i suoi tessuti. E lei lo guarda mentr eperde i sensi per lo shock.
Resta immobile finché i gemiti di Juan non la richiamano. Allora si alza e si dirige verso di lui, implacabile.
- *No! No, ti prego! Non volevo! Giuro che non ti toccherò più! Nessuna di voi! Non uccidermi!*
- Sai, non capisco una parola. Ma se ti faccio urlare, non fa differenza...
Lui la fissa senza capire, il terrore che gli beve il sangue lasciandolo pallido, poi quando lei lo afferra per la gola comincia a urlare.
Sono grida che durano poco e si fanno rauche e gorgoglianti poco prima di svanire. E quando anche lui non può più far loro del male, la ragazza di fuoco si rialza, quasi fosse una Fenice rinata dalle proprie ceneri. Ha il fiatone, il cuore che batte troppo velocemente, e non sa come fare per spegnersi.
Ma in qualche modo, è il suo corpo a ricordarselo. La rabbia scema, e così anche le fiamme che l'avvolgono mentre si volta verso Florencia.
La vede ancora pallida e tremante che si raggomitola su se stessa, osservando quei corpi quasi carbonizzati da cui si leva un odore nauseante di carne alla brace.
- Madre de Diòs...
Sussurra a fior di labbra la donna puntandole addosso due occhi sgranati dall'orrore.
- *Perché... Perché l'hai fatto?*
E non è solo la lapura quella che rintocca nella voce di Florencia, ma anche l'accusa.
- I... io...
- *Perché in nome di Dio? Perché li hai uccisi?*
- Io... volevo solo...
- *Ora non potrò più mandare soldi a mia figlia... non potrò più aiutarla!*
- Ma... Flor... loro... *Loro volevano violentarci... volevano farci male!*
- *Non era la prima volta che succedeva! Non è mai stato un problema per me! Hai rovinato tutto! Tutto!*
- Flor... *Ti prego...*
- *Vattene! Vattene via! E' per colpa di quelli come te se ci sono le guerre e la gente muore! E' colpa tua se la mia bambina morirà di fame!*
Quasi non riesce a credere a quelle parole mentre osserva la donna rialzarsi in piedi traballando. Fa un passo per avvicinarsi, per aiutarla a stabilizzarsi sulle gambe, ma lei scatta come se non la conoscesse, un astio talmente profondo negli occhi scuri che la ferisce molto di più delle sue parole.
- *Non avvicinarti! Vattene via! Non voglio vederti mai più! Mai! Mai più!*
Quelle urla le fanno tremare le labbra e il dolore le provoca nuovamente quella strana sensazione di andare a fuoco.
Scappa, corre dentro la baracca, raccoglie quelle poche cose che ha e poi fugge. Sente delle voci avvicinarsi, sa che non gliela faranno passare liscia. Potrebbero addirittura ucciderla per una cosa del genere... Così corre più veloce che può, lasciandosi alle spalle una scia fumante di tuberi che abbrustoliscono non appena li sfiora. Lacrime bollenti le rigano il volto mentre cerca di raggiungere il limitare della piantagione, per poi caracollarsi oltre, verso il confine.
Senza più niente a trattenerla. Senza una meta dove andare, anche se una sensazione precisa la spinge verso nord. Gli Stati Uniti d'America.
Ha messo da parte un po' di quei soldi che le sono stati dati, ma non ci sono molti posti dove nasconderli. La vita alla piantagione è dura, ma le ha permesso di riscoprire se stessa. La maggior parte dei braccianti ancora la evita, come se non riuscissero a fidarsi totalmente di lei. Come se avesse un marchio addosso che solo loro possono vedere. Ma non le importa. Lei ha Flor e tanto le basta. E' perfino riuscita a vedere la sua bambina una volta. Non somiglia più molto alla foto che le ha mostrato, ma somiglia decisamente alla sua mamma. E per qualche strana ragione, vederla le ha fatto raggranellare uno strano nodo alla gola. Non se lo è saputo spiegare, ma ogni tanto le capita.
La memoria ancora non è tornata. Solo quei volti che continuano a susseguirsi, senza una logica, senza che possa chiedere chi siano. Da dove vengono. E da dove viene lei.
Il suo nome ormai è Ariela, ma da qualche parte dentro di lei sa che non è così che si chiama. Sente che c'è un altro nome pronto a sgusciare fuori da un momento all'altro, come se fosse sulla punta della lingua ogni volta. Ma non abbastanza da essere cacciato fuori.
La giornata è nuvolosa, il caldo incessante e subdolo. Ansima appena sotto il grosso cappello di paglia che Flor le ha intrecciato, e la sua pelle ormai patita per il duro lavoro ha quasi smesso di scottarsi. La pausa pranzo ha suonato per tutti, ma dell'amica non c'è traccia. La va a cercare. Non vuole restare da sola mentre si prende quei pochi minuti di calma. Non vuole sentirsi gli sguardi addosso.
Supera la loro baracca, svolta l'angolo che la compone e sente delle voci. Una è di Flor, le altre di due uomini.
- *Avanti, non fare la difficile.*
- *Se fai la brava magari ti piace anche.*
Lei si affaccia e la vede: uno dei due la tiene per le spalle e l'altro armeggia la cintura dei jeans per calarseli.
- Flor? Che succede?
Si voltano tutti verso di lei.
- Ariela...
La donna è sorpresa ma non riesce a dire altro.
- *Ah, ecco la strana piovuta dal cielo. Magari oggi ci divertiamo in quattro, che ne pensi, Juan?*
- *Non sono mai stato con un'aliena.*
- *Oggi è il tuo giorno fortunato allora, amico.*
Sghignazzano e mentre Juan lascia andare Flor il suo compare la prende in carico infilandole una mano sotto il vestito e assaporando le forme voluttuose della donna.
- *No! Ariela, va' via!*
- *Sta' zitta. O ti faccio più male di quanto mi piaccia.*
Lei si irrigidisce ma non scappa. Resta immobile mentre Juan la afferra per un braccio strattonandola.
- *Non mi piacciono le bionde, ma con te farò un'eccezione.*
- Non... Non toccarmi...
Cerca di liberarsi, ma l'uomo la stringe con più forza.
- *Sai, non capisco una parola di quello che dici. Ma se ti faccio urlare non fa differenza.*
- Lasciami!
- *Lasciatela! Non importa che le fate male!*
Florencia cerca di proteggerla, ma lei sente che non può lasciarla lì. Che non può sopportare di vederla così.
- *Ti ho detto di stare zitta, puttana!*
L'uomo la schiaffeggia con forza e lei sente la rabbia affiorare con prepotenza.
- *Avanti, muoviti! Alzati!*
Flor viene strattonata e sbattuta contro la parete, più o meno nello stesso momento in cui Juan la spintona, voltandola per impedirle di reagire, inchiodandola a sua volta alla baracca.
- *Hm, cos'abbiamo qui? Sei proprio un'aliena, allora, eh? Un culo così non l'ho mai visto a nessuna dalle nostre parti...*
- Lasciami.
- *Come dici, dolcezza? Non ti capisco se parli alieno...*
- *Ho detto: lasciami!*
E in un attimo il suo corpo prende fuoco. Letteralmente. I capelli si sollevano, prendendo la consistenza delle fiamme, mentre i suoi abiti finiscono in cenere insieme a quel bel cappello di paglia.
Juan fa un salto indietro, urlando di dolore e lei torna libera di respirare.
- *Maccheccazzo...*
- *E' una mutante! Una cazzo di mutante!*
- *porca puttana!*
- *Sparale!*
Tutte quelle urla, quelle parole, la paura... per un attimo tutto si ferma, procedendo al rallentatore. Tutti quei rumori sembrano accavallarsi ad altri, come se la memoria si stesse risvegliando mentre lei si rende conto di cos'è. Di cosa è capace. Non ha tempo per cercare di estrapolare delle informazioni: un proiettile fischia accanto al suo orecchio e lei deve rapidamente tornare alla realtà.
Vede Juan a terra, sofferente e ululante. Vede Flor accasciata, terrorizzata e sgomenta. Vede l'altro uomo prendere la mira.
In un attimo, seguendo un istinto radicato, gli ringhia addosso neanche fosse un animale e gli si scaglia contro.
Lo atterra. inchiodandolo al suolo e si mette a cavalcioni su di lui. L'uomo urla di dolore, grosse piaghe che gli si sviluppano rapidamente addosso mentre quelle fiamme divorano i suoi tessuti. E lei lo guarda mentr eperde i sensi per lo shock.
Resta immobile finché i gemiti di Juan non la richiamano. Allora si alza e si dirige verso di lui, implacabile.
- *No! No, ti prego! Non volevo! Giuro che non ti toccherò più! Nessuna di voi! Non uccidermi!*
- Sai, non capisco una parola. Ma se ti faccio urlare, non fa differenza...
Lui la fissa senza capire, il terrore che gli beve il sangue lasciandolo pallido, poi quando lei lo afferra per la gola comincia a urlare.
Sono grida che durano poco e si fanno rauche e gorgoglianti poco prima di svanire. E quando anche lui non può più far loro del male, la ragazza di fuoco si rialza, quasi fosse una Fenice rinata dalle proprie ceneri. Ha il fiatone, il cuore che batte troppo velocemente, e non sa come fare per spegnersi.
Ma in qualche modo, è il suo corpo a ricordarselo. La rabbia scema, e così anche le fiamme che l'avvolgono mentre si volta verso Florencia.
La vede ancora pallida e tremante che si raggomitola su se stessa, osservando quei corpi quasi carbonizzati da cui si leva un odore nauseante di carne alla brace.
- Madre de Diòs...
Sussurra a fior di labbra la donna puntandole addosso due occhi sgranati dall'orrore.
- *Perché... Perché l'hai fatto?*
E non è solo la lapura quella che rintocca nella voce di Florencia, ma anche l'accusa.
- I... io...
- *Perché in nome di Dio? Perché li hai uccisi?*
- Io... volevo solo...
- *Ora non potrò più mandare soldi a mia figlia... non potrò più aiutarla!*
- Ma... Flor... loro... *Loro volevano violentarci... volevano farci male!*
- *Non era la prima volta che succedeva! Non è mai stato un problema per me! Hai rovinato tutto! Tutto!*
- Flor... *Ti prego...*
- *Vattene! Vattene via! E' per colpa di quelli come te se ci sono le guerre e la gente muore! E' colpa tua se la mia bambina morirà di fame!*
Quasi non riesce a credere a quelle parole mentre osserva la donna rialzarsi in piedi traballando. Fa un passo per avvicinarsi, per aiutarla a stabilizzarsi sulle gambe, ma lei scatta come se non la conoscesse, un astio talmente profondo negli occhi scuri che la ferisce molto di più delle sue parole.
- *Non avvicinarti! Vattene via! Non voglio vederti mai più! Mai! Mai più!*
Quelle urla le fanno tremare le labbra e il dolore le provoca nuovamente quella strana sensazione di andare a fuoco.
Scappa, corre dentro la baracca, raccoglie quelle poche cose che ha e poi fugge. Sente delle voci avvicinarsi, sa che non gliela faranno passare liscia. Potrebbero addirittura ucciderla per una cosa del genere... Così corre più veloce che può, lasciandosi alle spalle una scia fumante di tuberi che abbrustoliscono non appena li sfiora. Lacrime bollenti le rigano il volto mentre cerca di raggiungere il limitare della piantagione, per poi caracollarsi oltre, verso il confine.
Senza più niente a trattenerla. Senza una meta dove andare, anche se una sensazione precisa la spinge verso nord. Gli Stati Uniti d'America.
lunedì 22 aprile 2019
New World, new Life, new fuckin Job
Non ha dimenticato. Si è svegliata in quella misera realtà e da allora non ha più scordato niente. Ma tutto quello che che era, tutto quello che è stata... Quello è sparito. Cancellato da chissà cosa... o chi... Non ha un nome, non ha un posto a cui pensare, non ha amici da ritrovare. O almeno, non che ricordi.
Curata, lavata e vestita. Le hanno messo un cesto in mano e l'hanno spedita a raccogliere tuberi nella piantagione insieme a centinaia di altri braccianti. La chiamano "Teresita" o a volte solo "Sita" ma ha capito che è più un nomignolo che altro. E non se lo sente bene addosso.
La sera, dopo aver lavorato nei campi fin dal'alba, torna nella baracca affollata in cui l'hanno sistemata insieme ad altre donne più o meno giovani. Le ascolta parlare tra di loro senza riuscire a capirle, rannicchiata in un angolo striminzito in cui ha a disposizione a malapena un cuscino e una coperta. Conta le cicatrici che può vedere e cerca di ricordare. O anche solo di immaginare come se le sia procurate. Ma tutto quello che le sovviene sono solo dei volti. Così tanti, così diversi... Le fanno girare la testa e salire la nausea. Quando poi si addormenta, gli incubi la fanno sudare. Fa sempre tanto caldo. Troppo.
I giorni passano, neanche ne tiene il conto. Rassegnata a quella routine fintanto che la memoria non le arrivi in aiuto. Per darle una spiegazione... darle una ragione. Una sera, raggomitolata come al solito nel suo angusto spazio, una delle donne si avvicina. E' l'unica che non sembra aver paura di lei. Solo curiosa.
- Hey. ¿Estás bien?
- Non... Non capisco...
La donna la fissa con un piccolo sorriso comprensivo e dice qualcos'altro di incomprensibile ma con tono dolce.
Lei continua a fissarla senza rispondere e la donna le si sistema davanti cominciando a gesticolare lentamente. Si porta una mano al cuore e continua a sorriderle.
- Florencia.
- Flo...?
- Flooo... renn... cia!
- Florensìa?
L'altra dice qualcosa e pare divertita ma lei non riesce a sorridere con la stessa facilità.
Le chiede ancora qualcosa, poi la indica e nonostante il diverso idioma riesce a capire cosa intenda.
- Io...
Stringe le labbra, poi scuote la testa. La donna la fissa intensamente, poi aggiunge qualcosa con tono quasi compassionevole. Lei di nuovo scuote la testa non sapendo che altro fare e la donna le sorride.
- Vale.
Allunga le mani, lentamente, come se sapesse che potrebbe fuggire da un momento all'altro, i palmi verso l'alto in una muta richiesta. E dopo un attimo di confusione, anche lei allunga le proprie nello stesso modo. Florencia le sfiora con delicatezza, le prende tra le proprie, le esamina come se vi potesse leggere una storia. Aggrotta la fronte davanti alle minuscole cicatrici e quando rialza gli occhi l'attenzione non è per il suo volto ma per la sua gola. Le lascia andare una mano, sfiorando la pelle deturpata con tocco gentile. per poi spostare lo sguardo sulla sua fronte. Nota qualcosa, a malapena nascosto dai capelli tanto chiari da essere quasi bianchi, e scosta un paio di ciuffi dalle tempie. Due puntini da ustione scalfiscono la pelle altrimenti intonsa e di nuovo quel luccichio compassionevole si affaccia sui lineamenti latini.
Lentamente le mani corrono a carezzarle le guance e si chiudono in una stretta morbida mentre gli occhi scuri si piantano nei suoi. Nel silenzio teso tra di loro c'è una familiarità che non ricorda, ma che da qualche parte il suo corpo dice di aver sperimentato. Forse neanche troppo tempo addietro... Ma tace, lascia che Florencia la esamini con la stessa attenzione con cui uno scienziato valuta un nuovo organismo al microscopio. Respira piano, come se avesse paura del verdetto e alla fine la donna si ritira.
Inspira e dice qualcosa che nuovamente lei non riesce ad afferrare. La fissa in attesa e l'altra le regala un sorriso.
- Ariela. León de dios.
Lei scuote appena la testa senza capire e la donna posa una mano sul suo petto, il cuore che impenna per un attimo i battiti.
- Ariela.
Poi posa la mano sul proprio cuore.
- Florencia.
E di nuovo torna su di lei.
- Ariela.
E finalmente lei pare capire.
- A... Ariela...
La donna annuisce e pare alquanto contenta di essere riuscita a farsi capire. E lei pensa che quel nome non le dispiace poi tanto.
Da quel momento, lei è Ariela. E Florencia diventa l'unica persona su cui può contare. La sera dopo tanto lavoro, si sdraiano vicine: la venezuelana parla e lei ascolta. Si intendono a gesti per la maggior parte, ma tanto basta per creare quel piccolo saldo legame che la fa tornare a sorridere un minimo.
- ¿Tienes hijos?
- Uh?
- Hijos. Los niños. Pequeño.
Ma ancora una volta lei scuote la testa. Florencia pare pensarci su e alla fine tira fuori una foto di nascosto e gliela mostra. E' una bambina dai folti capelli mossi, scuri come quelli della donna, le sopracciglia spesse e un gran sorriso.
- Isabela.
Lei fissa la foto e per un attimo una strana sensazione le smuove lo stomaco e il cuore.
- Issabella.
La donna dice qualcosa divertita, la prende in giro forse, ma non se ne ha a male.
Florencia dice qualcosa commossa, indicandole la foto e poi mettendosi una mano sul cuore, prima di lanciarle un'occhiata intenerita.
- ¿Y tú? ¿Quién tiene tu corazón?
Gli occhi si spostano su Florencia, cercando di capire e solo quando la donna indica un punto all'altezza del suo sterno, là dove batte un muscolo martoriato, riesce a comprendere. Espira pesantemente, scuotendo la testa.
- No. Non ho figli. Non... Non credo.
Lo spera. Spera con tutto il cuore che non ci sia una piccola creatura abbandonata a se stessa a cui manca la sua mamma. Prega perché non ci sia. Perché lei non se la ricorda.
L'altra le posa una mano sulla sua e dice qualcosa, dolcemente. Cerca di rassicurarla, probabilmente, e lei le sorride comprendendo solo l'intento dietro le parole sconosciute.
Poi un'altra domanda, di cui capisce una sola parola, forse. Aggrotta la fronte confusa.
- Dom?
Florencia annuisce confermando quel nome, poi indica il suo fianco sinistro e solo vagamente lei riesce a ricollegare. Ha un tatuaggio.
- Oh... Non... Non lo so...
Istintivamente va a carezzare la piccola scritta lo sguardo vacuo e sperso.
- Deve essere stato qualcuno di importante... se ho il suo nome tatuato.
Non sa di aver detto la stessa cosa che Florencia ha recitato a bassa voce. Due lingue diverse ma lo sguardo che si lanciano è complice.
- Vale. Es muy tarde. Ir a dormir. Cuando llegue el momento, todo volverá. Ya lo verás.
- Sì. Buonanotte Flor.
- Buenas noches, Ariela.
Ma nonostante il sonno, non può far a meno di pensare a tutto. Tutto quello che le manca. E scivolare nell'incoscienza la aiuta solo ad aggiungere altre domande senza risposta alla lunga lista. Solo una piccola, minuscola speranza cerca di sopravvivere. La speranza che Florencia abbia ragione. Che un giorno tutto torni a galla.
Curata, lavata e vestita. Le hanno messo un cesto in mano e l'hanno spedita a raccogliere tuberi nella piantagione insieme a centinaia di altri braccianti. La chiamano "Teresita" o a volte solo "Sita" ma ha capito che è più un nomignolo che altro. E non se lo sente bene addosso.
La sera, dopo aver lavorato nei campi fin dal'alba, torna nella baracca affollata in cui l'hanno sistemata insieme ad altre donne più o meno giovani. Le ascolta parlare tra di loro senza riuscire a capirle, rannicchiata in un angolo striminzito in cui ha a disposizione a malapena un cuscino e una coperta. Conta le cicatrici che può vedere e cerca di ricordare. O anche solo di immaginare come se le sia procurate. Ma tutto quello che le sovviene sono solo dei volti. Così tanti, così diversi... Le fanno girare la testa e salire la nausea. Quando poi si addormenta, gli incubi la fanno sudare. Fa sempre tanto caldo. Troppo.
I giorni passano, neanche ne tiene il conto. Rassegnata a quella routine fintanto che la memoria non le arrivi in aiuto. Per darle una spiegazione... darle una ragione. Una sera, raggomitolata come al solito nel suo angusto spazio, una delle donne si avvicina. E' l'unica che non sembra aver paura di lei. Solo curiosa.
- Hey. ¿Estás bien?
- Non... Non capisco...
La donna la fissa con un piccolo sorriso comprensivo e dice qualcos'altro di incomprensibile ma con tono dolce.
Lei continua a fissarla senza rispondere e la donna le si sistema davanti cominciando a gesticolare lentamente. Si porta una mano al cuore e continua a sorriderle.
- Florencia.
- Flo...?
- Flooo... renn... cia!
- Florensìa?
L'altra dice qualcosa e pare divertita ma lei non riesce a sorridere con la stessa facilità.
Le chiede ancora qualcosa, poi la indica e nonostante il diverso idioma riesce a capire cosa intenda.
- Io...
Stringe le labbra, poi scuote la testa. La donna la fissa intensamente, poi aggiunge qualcosa con tono quasi compassionevole. Lei di nuovo scuote la testa non sapendo che altro fare e la donna le sorride.
- Vale.
Allunga le mani, lentamente, come se sapesse che potrebbe fuggire da un momento all'altro, i palmi verso l'alto in una muta richiesta. E dopo un attimo di confusione, anche lei allunga le proprie nello stesso modo. Florencia le sfiora con delicatezza, le prende tra le proprie, le esamina come se vi potesse leggere una storia. Aggrotta la fronte davanti alle minuscole cicatrici e quando rialza gli occhi l'attenzione non è per il suo volto ma per la sua gola. Le lascia andare una mano, sfiorando la pelle deturpata con tocco gentile. per poi spostare lo sguardo sulla sua fronte. Nota qualcosa, a malapena nascosto dai capelli tanto chiari da essere quasi bianchi, e scosta un paio di ciuffi dalle tempie. Due puntini da ustione scalfiscono la pelle altrimenti intonsa e di nuovo quel luccichio compassionevole si affaccia sui lineamenti latini.
Lentamente le mani corrono a carezzarle le guance e si chiudono in una stretta morbida mentre gli occhi scuri si piantano nei suoi. Nel silenzio teso tra di loro c'è una familiarità che non ricorda, ma che da qualche parte il suo corpo dice di aver sperimentato. Forse neanche troppo tempo addietro... Ma tace, lascia che Florencia la esamini con la stessa attenzione con cui uno scienziato valuta un nuovo organismo al microscopio. Respira piano, come se avesse paura del verdetto e alla fine la donna si ritira.
Inspira e dice qualcosa che nuovamente lei non riesce ad afferrare. La fissa in attesa e l'altra le regala un sorriso.
- Ariela. León de dios.
Lei scuote appena la testa senza capire e la donna posa una mano sul suo petto, il cuore che impenna per un attimo i battiti.
- Ariela.
Poi posa la mano sul proprio cuore.
- Florencia.
E di nuovo torna su di lei.
- Ariela.
E finalmente lei pare capire.
- A... Ariela...
La donna annuisce e pare alquanto contenta di essere riuscita a farsi capire. E lei pensa che quel nome non le dispiace poi tanto.
Da quel momento, lei è Ariela. E Florencia diventa l'unica persona su cui può contare. La sera dopo tanto lavoro, si sdraiano vicine: la venezuelana parla e lei ascolta. Si intendono a gesti per la maggior parte, ma tanto basta per creare quel piccolo saldo legame che la fa tornare a sorridere un minimo.
- ¿Tienes hijos?
- Uh?
- Hijos. Los niños. Pequeño.
Ma ancora una volta lei scuote la testa. Florencia pare pensarci su e alla fine tira fuori una foto di nascosto e gliela mostra. E' una bambina dai folti capelli mossi, scuri come quelli della donna, le sopracciglia spesse e un gran sorriso.
- Isabela.
Lei fissa la foto e per un attimo una strana sensazione le smuove lo stomaco e il cuore.
- Issabella.
La donna dice qualcosa divertita, la prende in giro forse, ma non se ne ha a male.
Florencia dice qualcosa commossa, indicandole la foto e poi mettendosi una mano sul cuore, prima di lanciarle un'occhiata intenerita.
- ¿Y tú? ¿Quién tiene tu corazón?
Gli occhi si spostano su Florencia, cercando di capire e solo quando la donna indica un punto all'altezza del suo sterno, là dove batte un muscolo martoriato, riesce a comprendere. Espira pesantemente, scuotendo la testa.
- No. Non ho figli. Non... Non credo.
Lo spera. Spera con tutto il cuore che non ci sia una piccola creatura abbandonata a se stessa a cui manca la sua mamma. Prega perché non ci sia. Perché lei non se la ricorda.
L'altra le posa una mano sulla sua e dice qualcosa, dolcemente. Cerca di rassicurarla, probabilmente, e lei le sorride comprendendo solo l'intento dietro le parole sconosciute.
Poi un'altra domanda, di cui capisce una sola parola, forse. Aggrotta la fronte confusa.
- Dom?
Florencia annuisce confermando quel nome, poi indica il suo fianco sinistro e solo vagamente lei riesce a ricollegare. Ha un tatuaggio.
- Oh... Non... Non lo so...
Istintivamente va a carezzare la piccola scritta lo sguardo vacuo e sperso.
- Deve essere stato qualcuno di importante... se ho il suo nome tatuato.
Non sa di aver detto la stessa cosa che Florencia ha recitato a bassa voce. Due lingue diverse ma lo sguardo che si lanciano è complice.
- Vale. Es muy tarde. Ir a dormir. Cuando llegue el momento, todo volverá. Ya lo verás.
- Sì. Buonanotte Flor.
- Buenas noches, Ariela.
Ma nonostante il sonno, non può far a meno di pensare a tutto. Tutto quello che le manca. E scivolare nell'incoscienza la aiuta solo ad aggiungere altre domande senza risposta alla lunga lista. Solo una piccola, minuscola speranza cerca di sopravvivere. La speranza che Florencia abbia ragione. Che un giorno tutto torni a galla.
domenica 2 dicembre 2018
Rebirth - The First Memory
Tossisce.
E' il suo primo respiro.
Il primo ricordo che ha.
Fa male, ma le fa male anche da tante altre parti. In realtà non c'è una sola parte del corpo che non soffra.
Apre gli occhi.
Azzurro.
E' il cielo. Macchiato da alcune spirali grigie. Nuvole? Forse...
Tossisce ancora, il petto è in fiamme. Sente la gola riarsa, le labbra secche. Sole a picco che le brucia la pelle.
Cerca di sollevarsi, di capire come sta.
Quello che indossa è a brandelli. Cerca di recuperare dalla mente cosa fosse, ma fa fatica a mettere insieme i pezzi.
Perché non ce ne sono. Non un singolo frammento di ricordo. Solo dei volti. Delle urla. Attimi che la confondono.
Si guarda. Controlla com'è fatta. Non si ricorda nemmeno quello. C'è qualcosa di fuori posto o no? Non saprebbe dirlo. Le mani sono coperte.
Fa caldo.
Tremando toglie un guanto, poi l'altro. Mani normali, almeno crede. Scure, pelle secca che si squama. Sono sempre state così? Non ne ha idea.
Poi un particolare: due cicatrici minuscole, troppo piccole per essere notate a uno sguardo superficiale.
Tocca, cerca di ricordare. Forse una sensazione... lontana... nebulosa... Forse... Ma le sfugge. Un brivido che non sa da dove viene. Lo ricaccia e continua a esplorare.
Vede bene, sente bene. Inspira. Odori di foglie bruciate, di erba, di terra. Assapora con la lingua un'umidità immaginaria.
Si abbraccia. Valuta, constata, esamina.
Altre cicatrici. Macchie violacee. Graffi. Tutto superficiale. Forse qualcosa si è rotto, ma dentro. Aumenta la pressione, dita che scivolano sulle gambe. Vecchie ustioni affiorano, cercano di pescare nell'immenso oceano vuoto della memoria.
Niente.
Buio.
Cos'ha fatto? Com'è finita lì?
Dov'è "lì"?
Si muove. Cerca di alzarsi. Deve stare in piedi. Deve camminare. Trovare qualcuno. Chiunque.
Capelli lunghi, sfiorano le spalle. Intravede una ciocca. La prende. La osserva. La sistema accanto alla pelle.
Contrasto.
C'è qualcosa di sbagliato. Di disturbante. Non quadra.
Lascia andare e fa un passo. Fa male ma riesce a sopportarlo. Un altro passo, incerta. Può camminare. Ce la può fare.
Come ha sempre fatto.
Chi l'ha detto? Lei? E' una lei... almeno crede.
Un altro passo. La strada è deserta. Alberi bruciati, terra ustionata, anime perdute.
Un brivido lungo la schiena, lo lascia arrivare fino alla nuca. Si abbraccia. Magra consolazione. Dolore ovunque.
Cammina, lentamente. Il sole è alto, ferisce. Cerca confort in una falsa ombra di foglie di palma.
Si ferma, si appoggia, scivola. E' stanca. Tanto. Chiude gli occhi. Solo un minuto.
Ancora un minuto, ma'.
Voci.
Lontane e vicine. Riapre gli occhi. Uomini intorno a lei. Fissano, parlano. Non li capisce.
Si tirano indietro quando si accorgono che li vede. Parlano più veloci, più concitati. Uno di loro la tocca con la punta dello stivale.
- A... aiuto...
Rauca, bassa. Una lingua diversa dalla loro.
- Ai... uta... temi...
E' strana la sua voce. Non l'ha mai sentita. Non così. Almeno cede che non fosse così. Ma non se la ricorda.
Gli uomini parlano. Si avvicinano. Forse chiedono. Ma non capisce.
Ondeggia la testa, cerca di fargli capire che non li comprende. Forse loro lo intuiscono.
Si avvicinano e la sollevano. La tirano in piedi e lei geme di dolore.
La caricano su un qualche mezzo. Non lo aveva visto ma c'era.
E gli occhi le si chiudono di nuovo. Non vuole dormire. Non vuole sognare. Non vuole vedere quei volti.
Ma non resiste, esausta.
Spera solo di non dimenticare tutto.
Non di nuovo.
E' il suo primo respiro.
Il primo ricordo che ha.
Fa male, ma le fa male anche da tante altre parti. In realtà non c'è una sola parte del corpo che non soffra.
Apre gli occhi.
Azzurro.
E' il cielo. Macchiato da alcune spirali grigie. Nuvole? Forse...
Tossisce ancora, il petto è in fiamme. Sente la gola riarsa, le labbra secche. Sole a picco che le brucia la pelle.
Cerca di sollevarsi, di capire come sta.
Quello che indossa è a brandelli. Cerca di recuperare dalla mente cosa fosse, ma fa fatica a mettere insieme i pezzi.
Perché non ce ne sono. Non un singolo frammento di ricordo. Solo dei volti. Delle urla. Attimi che la confondono.
Si guarda. Controlla com'è fatta. Non si ricorda nemmeno quello. C'è qualcosa di fuori posto o no? Non saprebbe dirlo. Le mani sono coperte.
Fa caldo.
Tremando toglie un guanto, poi l'altro. Mani normali, almeno crede. Scure, pelle secca che si squama. Sono sempre state così? Non ne ha idea.
Poi un particolare: due cicatrici minuscole, troppo piccole per essere notate a uno sguardo superficiale.
Tocca, cerca di ricordare. Forse una sensazione... lontana... nebulosa... Forse... Ma le sfugge. Un brivido che non sa da dove viene. Lo ricaccia e continua a esplorare.
Vede bene, sente bene. Inspira. Odori di foglie bruciate, di erba, di terra. Assapora con la lingua un'umidità immaginaria.
Si abbraccia. Valuta, constata, esamina.
Altre cicatrici. Macchie violacee. Graffi. Tutto superficiale. Forse qualcosa si è rotto, ma dentro. Aumenta la pressione, dita che scivolano sulle gambe. Vecchie ustioni affiorano, cercano di pescare nell'immenso oceano vuoto della memoria.
Niente.
Buio.
Cos'ha fatto? Com'è finita lì?
Dov'è "lì"?
Si muove. Cerca di alzarsi. Deve stare in piedi. Deve camminare. Trovare qualcuno. Chiunque.
Capelli lunghi, sfiorano le spalle. Intravede una ciocca. La prende. La osserva. La sistema accanto alla pelle.
Contrasto.
C'è qualcosa di sbagliato. Di disturbante. Non quadra.
Lascia andare e fa un passo. Fa male ma riesce a sopportarlo. Un altro passo, incerta. Può camminare. Ce la può fare.
Come ha sempre fatto.
Chi l'ha detto? Lei? E' una lei... almeno crede.
Un altro passo. La strada è deserta. Alberi bruciati, terra ustionata, anime perdute.
Un brivido lungo la schiena, lo lascia arrivare fino alla nuca. Si abbraccia. Magra consolazione. Dolore ovunque.
Cammina, lentamente. Il sole è alto, ferisce. Cerca confort in una falsa ombra di foglie di palma.
Si ferma, si appoggia, scivola. E' stanca. Tanto. Chiude gli occhi. Solo un minuto.
Ancora un minuto, ma'.
Voci.
Lontane e vicine. Riapre gli occhi. Uomini intorno a lei. Fissano, parlano. Non li capisce.
Si tirano indietro quando si accorgono che li vede. Parlano più veloci, più concitati. Uno di loro la tocca con la punta dello stivale.
- A... aiuto...
Rauca, bassa. Una lingua diversa dalla loro.
- Ai... uta... temi...
E' strana la sua voce. Non l'ha mai sentita. Non così. Almeno cede che non fosse così. Ma non se la ricorda.
Gli uomini parlano. Si avvicinano. Forse chiedono. Ma non capisce.
Ondeggia la testa, cerca di fargli capire che non li comprende. Forse loro lo intuiscono.
Si avvicinano e la sollevano. La tirano in piedi e lei geme di dolore.
La caricano su un qualche mezzo. Non lo aveva visto ma c'era.
E gli occhi le si chiudono di nuovo. Non vuole dormire. Non vuole sognare. Non vuole vedere quei volti.
Ma non resiste, esausta.
Spera solo di non dimenticare tutto.
Non di nuovo.
mercoledì 28 novembre 2018
... or maybe not.
Nota sul registro di bordo
Nave intergalattica Ѩӄ*7Ю
Addetto GђӵuҔҔҩЯ Щѫй
Giorno Ҵ
Soggetto umanoide mutato ҀѷљԴ
Valenza 6/Ց
Risorsa combattente
Condizioni ipercritiche
Tempo stimato al ricollegamento 1Վ☥
Note: individuo coriaceo prelevato senza consenso. Consigliato uso di inibitori non appena estratto dalla capsula amniotica. Monitorare onde cerebrali.
~ Giorno Ѥ
Recupero molecolare completato. Necessario uso di sedativo per impedire danneggiamento della capsula. Applicate misure di neutralizzazione del potere.
~ Giorno Ҝъ
Soggetto estremamente pericoloso. Richiesto uso Neuralizzatore per intaccare aggressività primitiva.
~ Giorno ӏӶӏ
Rimozione memoria pregressa completata. Soggetto correttamente ristabilito e pronto all'obbedienza. Monitorare effetti collaterali Neuralizzazione.
Nave intergalattica Ѩӄ*7Ю
Addetto GђӵuҔҔҩЯ Щѫй
Giorno Ҵ
Soggetto umanoide mutato ҀѷљԴ
Valenza 6/Ց
Risorsa combattente
Condizioni ipercritiche
- Trattamento di ricomposizione molecolare
Tempo stimato al ricollegamento 1Վ☥
Note: individuo coriaceo prelevato senza consenso. Consigliato uso di inibitori non appena estratto dalla capsula amniotica. Monitorare onde cerebrali.
~ Giorno Ѥ
Recupero molecolare completato. Necessario uso di sedativo per impedire danneggiamento della capsula. Applicate misure di neutralizzazione del potere.
~ Giorno Ҝъ
Soggetto estremamente pericoloso. Richiesto uso Neuralizzatore per intaccare aggressività primitiva.
~ Giorno ӏӶӏ
Rimozione memoria pregressa completata. Soggetto correttamente ristabilito e pronto all'obbedienza. Monitorare effetti collaterali Neuralizzazione.
martedì 16 gennaio 2018
This is the fuckin end. Or ...
Magnus è arrivato e la sua armata fa più paura di quanto avesse preventivato.
I suoi luogotenenti e la sua fanteria hanno subito dato del filo da torcere a tutti quanti, per non parlare del terrore scaturito dalle loro tremende retate. Spingono i superumani a uscire allo scoperto, li neutralizzano e li portano via a branchi, neanche fossero pecore di un gregge da riunire in un unico futuristico ovile spaziale.
Gli umani invece vengono semplicemente trucidati. Per questo ha preso sua figlia, i suoi genitori e suo fratello e li ha portati con sé, rinchiudendoli in quel nascondiglio segreto che ha risistemato lei stessa. I viveri scarseggiano e gli scontri sono all'ordine del giorno. La paura brulica per le strade sempre più macchiate di sangue, ma lei non riesce a starsene buona. Deve vedere, sapere, combattere.
E soprattutto deve proteggere la sua famiglia, la sua casa, il suo pianeta. Indossa di nuovo la sua tuta al completo, si assicura il casco e fa per uscire.
- Bryanna, ti prego. Non c'è bisogno che tu vada... resta!
Sua madre è in lacrime, disperata, stanca, provata. Anche suo padre ha i segni della paura intorno agli occhi, mentre suo fratello pare sul punto di esplodere da un momento all'altro.
- No. Non resterò qui ad aspettare che ci trovino. Posso proteggervi. Sai che posso farlo.
- Io... lo so che puoi... ma non devi... questa volta non devi.
- E' troppo pericoloso, Bryanna.
I suoi occhi incrociano quelli del padre, ma prima che possa aprire bocca anche suo fratello salta in piedi.
- Vengo anche io con te. Posso aiutarti a...
- No!
- Perché? Perché non mi lasci mai fare niente?! Ho quasi sedici anni! Ti posso aiutare!
Dyana si agita in braccio alla nonna, singhiozza spaventata da quelle urla e Bryanna scatta verso il fratello afferrandolo per le spalle.
- Lo so. So che puoi farlo. Ma poi chi resterebbe a proteggere mamma e papà, eh?
La mascella di suo fratello quasi tocca terra per lo sbalordimento.
- Tu sei l'unico che può farlo se io non ci sono. Devi proteggerli. Proteggi loro e Dyana. Mi hai capito, Shane?
- S-sì...
- Giuramelo!
- Te lo giuro.
Si fissano negli occhi, quasi sapessero che potrebbe essere l'ultima volta che si vedono. E senza neanche rendersene conto si ritrova ad abbracciare quel ragazzino che sta crescendo fin troppo in fretta in una realtà che vorrebbe fosse solo un incubo da cui potersi risvegliare.
- Tieni d'occhio le telecamere. Se trovano la botola, uscite dall'armadio e chiudete la porta blindata dietro di voi. Seguite le fognature fino fuori città. Non tornate a casa per nessuna ragione. Chiaro?
- Chiaro.
Si annuiscono e lei si dirige nuovamente verso la scala.
- Bryanna...
Si volta verso i suoi genitori e sua madre si avvicina con la piccola Dyana dagli occhi lucidi ancora in braccio.
- Ti voglio bene.
- Anche io, ma'.
- Sta' attenta. Ti prego.
Lei annuisce e di nuovo si prepara alla scalata verso la superficie, ma prima di farlo sente qualcosa. Sente di dover fare qualche cosa prima che sia tardi. Così si volta, torna indietro e abbraccia forte sua madre. Poi fissa sua figlia e le calca un grosso bacio sulla guancia. Infine si volta verso suo padre.
- Torna da noi, Bryanna. Torna sana e salva.
La stringe forte e lei contraccambia.
- Tornerò.
Ma una strana sensazione le sussurra subdola nei recessi dell'animo che non riuscirà a mantenere la promessa.
Fuori dal nascondiglio il mondo è caos.
Lei cerca di evitarne il fulcro, di strisciare nei vicoli e passare inosservata come può nonostante il mascheramento. Attraversa South side, si fa largo tra le macerie delle auto e dei corpi freschi di un attacco da poco riuscito. Alieni e superumani giacciono vicini e nell'aria c'è l'odore della carne bruciata, della polvere da sparo e della morte. Un magone le blocca la gola, ma cerca di non farsi sopraffare dalla rabbia e dalla paura. Sgattaiola via, cercando di raggiungere quel posto che ha visto forse un paio di volte prima che Magnus decidesse di spuntare realmente e proclamarsi nuovo signore di quella parte di Universo.
Sguscia fino alla porta, cerca di forzarla, ma prima che possa riuscirci una mano le tappa la bocca e un'altra le immobilizza le braccia.
- Non dovresti essere qui...
Una voce familiare e i suoi muscoli tesi si rilassano appena.
- Mffmf... mfmfmfmmmf...
- Uh? Scusa, non ho afferrato.
Lei si divincola, tira una gomitata all'uomo e si libera della sua mano.
- Ho detto: ma va'. Per chi credi che sia venuta, razza di idiota?
Ma nei suoi occhi c'è più sollievo che rabbia mentre si volta a cercarne lo sguardo. Peccato che lui non possa notarlo a causa della visiera scura.
Ma forse lo percepisce lo stesso. Forse c'è qualcosa di più che semplice chimica tra loro e un sorriso preoccupato e contento gli si dipinge in faccia prima che le braccia si muovano di nuovo per stringerla forte al petto.
- Hai ragione, sono un idiota. Ma sono anche felice di vederti e sapere che stai bene...
La accarezza e quel tocco come sempre la scioglie e al contempo fa aumentare quella temperatura già pericolosamente alta in lei.
- Anche io.
Confessa senza troppi problemi.
- Dov'è Lil' Dy? Sta bene?
Lui e la sua costante premura per sua figlia la fanno sciogliere ancora di più, ma la bocca si tende per il nervosismo e la preoccupazione.
- E' al sicuro. Nascosta con i miei. C'è mio fratello a badare a loro.
Rourke annuisce come se in effetti gli avesse dato una bella notizia, ma anche nei suoi occhi riverbera l'ansia per la difficile situazione in cui si sono ritrovati.
- Qui non è sicuro...
Lei si lancia un'occhiata alle spalle e forse per la prima volta un brivido di apprensione le corre distintamente lungo la spina dorsale.
- Da nessuna parte lo è.
I muscoli di entrambi si tendono, come se quella verità avesse toccato un nervo scoperto, poi Rourke la prende per mano e la trascina lontana dal bandone dell'officina. Vanno a caccia di un posto appartato tra i vicoli, come ratti che si nascondono dalle fiamme di una torcia e cercano di sfuggire alle trappole di esseri tanto più grandi e pericolosi di loro.
Per quelli che sembrano minuti infiniti, il caos e la guerra sembrano lontani mentre si concedono di riscoprirsi, di constatare che non ci siano nuove ferite da guarire, mentre cercano un po' di pace nei baci smorzati di chi ha paura di perdere tutto da un momento all'altro.
Sono le grida di alcune persone che li fanno precipitare nuovamente nel mondo reale e nella tragica pellicola di cui sono protagonisti. Urla di donne, di uomini, di giovani e perfino di un bambino. E forse proprio a causa di quest'ultimo lei si precipita a sbirciare da oltre quel vicolo striminzito in cui si sono infrattati. Rourke la trattiene per un braccio, cercando di impedirle di fare qualcosa di avventato, ma prima che possa sbottargli in faccia le fa cenno di non far rumore, passandole davanti e andando in avanscoperta per primo. Si affaccia, cerca di capire cosa stia succedendo e la sua espressione è il riflesso della gravità della situazione.
Lei non se lo fa ripetere due volte e si sporge a sua volta a voler osservare coi propri occhi, restando per diversi istanti paralizzata: una famiglia al completo, padre, madre, quattro figli e perfino una persona più anziana, è stata scovata e trascinata in strada dai soldati di Magnus. Vogliono chiaramente scoprire se alcuni membri di quel gruppetto possiedono dei poteri e non perdono tempo nello strappare dalla braccia materne il più piccolo di casa. E' quella brutale visione, unita alle urla disperate della madre che viene ferocemente messa a tacere da un colpo a bruciapelo delle loro armi aliene che scatena la furia di Bryanna.
Il fuoco si propaga rapido nelle vene, investendo il suo corpo di fiamme vivide che rischiano di bruciare perfino Rourke accanto a lei.
- Bry, no!
Lui cerca di trattenerla, ma finisce solo con lo scottarsi mentre lei si slancia contro il nemico con un ringhio d'ira profonda. Cinque soldati alieni, tutti dotati di poteri, e lei vi si lancia contro senza battere ciglio, troppo ottenebrata dalla furia di quel sopruso per rendersi conto di essere in netto svantaggio. Ma il suo attacco vanta almeno l'effetto sorpresa. Come una meteora piombata dal cielo atterra fragorosamente il primo alieno che le capita a tiro, stendendolo con una fiammata spaventosa. Tutti gli occhi allora si puntano su di lei, perfino quelli delle persone che cerca di salvare, ma non ha il tempo di rendersi conto che sono terrorizzati dalla sua apparizione.
Due soldati la attaccano, cercando di tirarla giù dal cielo e lei è costretta a ricorrere al suo secondo potere per ripararsi da quelli sconosciuti degli alieni che attentano alla sua stabilità di volo. Ma un altro la afferra subdolamente al piede con quello che sembra un tentacolo elastico e l'incontro con l'asfalto è doloroso. Per un attimo le sue fiamme si affievoliscono, ma non abbastanza da permettere ai suoi nemici di metterle le mani addosso. Quello più vicino si becca un blast a bruciapelo che gli porta via parte del braccio, ma non è sufficiente a farlo desistere. Le urla delle vittime tornano a colmarle l'udito e ha appena il tempo di ruotare la visuale e incrociarne gli sguardi spaesati per capire che probabilmente sono tutti umani e verranno uccisi senza pietà.
Gli occhi nascosti dalla visiera tornano sul nemico e in particolare su quel pargolo che strepita dimenandosi in braccio a uno degli alieni. Con un ennesimo ringhio forzato la Flamer si rotola per terra evitando di venire schiacciata da un grosso piede deforme che mira al suo petto e con un colpo preciso e ravvicinato raggiunge il ginocchio di colui che ha strappato il figlio dalle braccia della madre. Quello crolla miseramente e lei fa appena in tempo a recuperare il bambino che un dolore lancinante le perfora la coscia sinistra. Cerca di trattenere un grido di dolore, ma riesce solo a trasformarlo in un ringhio sofferente da bestia ferita.
- Bry!
La voce è di Rourke, che spunta fuori dal nascondiglio con una mano fasciata e un sacchetto di bulloni che si rovescia su quella sana. Lei ansima cercando di non fargli capire quanto stia soffrendo e tra i lamenti riesce in qualche modo a urlargli qualcosa nel suo gergo biascicato.
- Portali... via!
Ma invece che darle ascolto lui carica uno di quegli oggettini metallici e dopo averle scoccato un'occhiata complice lo lancia in mezzo ai soldati di Magnus. L'esplosione la colpisce in pieno, ma la barriera energetica che erige in un millesimo di secondo protegge lei e il bambino terrorizzato che stringe al petto.
- Sam! Il mio Sam! No!
Le urla dei parenti sono strazianti, ma il fumo e i detriti sollevati dalla bomba energetica di Rourke le permettono di guadagnare terreno per raggiungerli. Zoppica vistosamente, un'evidente macchia di sangue che comincia ad allargarsi sulla tuta, ma in qualche modo riesce a rimettere il bambino tra le braccia del padre.
- Andatevene...
Quello la guarda stranito, come se fosse lei l'aliena, ma le grida degli invasori alle sue spalle non le danno il tempo di replicare a quell'occhiata.
- Subito!
Riesce a sbottare in faccia all'uomo prima di pararsi a difesa di quella famiglia che si raduna in fretta e furia e prende a scappare mentre Rourke le si fa vicino, stringendo ancora tra le mani quei piccoli oggetti apparentemente innocui.
- Ti avevo detto di portarli via.
- Vuoi litigare proprio adesso?
Gli lancia un'occhiata e si rende conto di quanto sia teso. Ma non hanno molto tempo per mettere su un piano. Devono improvvisare e la cosa la turba, per quanto non sia una maestra di tattiche strategiche.
Uno degli alieni si smaterializza per ricomparire alle loro spalle cercando di coglierli di sorpresa ma lei si libra immediatamente in volo usando al contempo il proprio scudo per difendersi da quell'attacco infame. Rourke invece schiva per un pelo il colpo che avrebbe dovuto centrarlo al petto, finendo a malapena scalfito al braccio. Senza attendere un attimo di più, Bryanna carica un blast e centra il collo dell'alieno che crolla a terra. Un attimo dopo la sua testa sembra sul punto di scoppiare.
Un fischio fastidioso le penetra le orecchie e sembra friggerle il cervello impedendole di continuare a volare. Piomba a terra tenendosi la testa tra le mani e solo in lontananza si rende conto che Rourke la sta chiamando. Stringe i denti per non lasciarsi sfuggire le urla che vorrebbe invece innalzare al cielo, e non troppo lontano da lei un secondo botto fa saltare in aria altri alieni. E' più o meno nello stesso istante che quella morsa feroce alle sue sinapsi la abbandona, lasciandola libera di ingoiare grosse boccate d'aria mentre si riprende. Giusto in tempo per vedere Rourke volare via schiantandosi contro il muro più vicino.
Con occhi sgranati lo osserva sputare sangue e la sua ira si rinfocola contro i due alieni rimasti in piedi che già lo minacciano con le loro armi futuristiche. Le fiamme riprendono vita sul suo corpo, il calore che si fa sempre più intenso fin quasi a rendere irrespirabile l'aria intorno a lei. Gli occhi brillano di quel violetto tendente quasi al rosso, più minacciosi che mai e in un lampo raggiunge Rourke, parandosi davanti a lui e rilasciando poi un'onda d'urto tale da scagliare ben lontani i nemici da dove si trova il mutante. Ma non si accontenta di questo. Senza attendere un attimo di più mira con entrambi i Wrist i due nemici e fa fuoco investendoli in pieno. I tessuti di cui quegli alieni sono fatti si carbonizzano all'istante e l'asfalto si tinge del loro sangue in schizzi astratti da pittore impressionista. Solo quando li vede a terra, esanimi, si permette di tornare coi piedi per terra, spegnendo le proprie fiamme per poi voltarsi verso l'uomo alle sue spalle.
Lui è ancora accasciato a terra, sul pettorale destro si sta allargando una macchia rossa ed è chiaro che respira a fatica. Zoppica fino a lui, poi la gamba ferita cede e si ritrova a camminare carponi fin quando non lo raggiunge.
- Abbiamo... fatto un bel botto... vero?
Le sorride con i denti macchiati di sangue e la gravità delle sue condizioni le risulta chiara fin da subito. E' pallido e muove con fatica il braccio destro, almeno quanto lei sente perdere forza alla gamba sinistra.
- Mi... mi dispiace...
Balbetta osservandolo, cercando con le mani di andare a scoprire la ferita per vedere quanto sia profonda. La osserva con il cuore che perde un colpo e subito dopo cerca di strappare una striscia di tessuto per premergliela con forza addosso.
- Anche a me... ma non per quello che pensi...
Lei si cruccia cercando di capire, apre la bocca per esporgli il suo dubbio ma un dolore perforante la prende alle spalle. La passa da parte a parte scavando un sottile tunnel nel suo sterno, per poi ritrarsi come se avesse una propria volontà. E forse in effetti ce l'ha: un tentacolo affilato come una lama si ritira velocemente dopo aver colpito così subdolamente e lei crolla con il fiato spezzato tra le braccia di Rourke che la fissa sgomento, ignaro di quanto accaduto.
- Bry... che hai? Cosa...
Solo dopo nota l'alieno che barcollante si è messo in ginocchio e sta smanettando su un qualche bracciale tecnologico per chiamare rinforzi. E allora è il suo turno di agire. Estrae un coltellino da lancio, caricandolo del suo distruttivo potere e dopo aver preso la mira lo scaglia contro l'alieno. Un attimo dopo, la testa dell'essere esplode in mille pezzi lasciando forse il messaggio a metà.
Bryanna singhiozza, cerca di recuperare tutto l'ossigeno che può mentre avverte quell'ineluttabile sensazione che va riempiendole i polmoni.
- Non ti agitare... va tutto bene... ci sono io... respira...
Ma anche Rourke non è messo meglio. Tossisce e sputa sangue quanto lei, e nei suoi occhi può leggere la pena che prova.
Lui se la sistema meglio in grembo, cullandola come se fosse una ragazzina e la sua presenza la conforta per quanto avverta quella spiacevole sensazione farsi sempre più pressante.
- Rourke...
- Sssh... va tutto bene... davvero...
- Rourke.
- Tra poco arriverà qualcuno e ti porteranno in ospedale... guarirai... e tornerai da Lil' Dy...
Lei alza lo sguardo per osservare la sua espressione e subito dopo porta le mani al casco. Grugnisce nello sforzo di toglierselo e geme per il dolore mentre il fiato le si spezza ancora di più, ma alla fine quella protezione adesso inutile rotola a terra.
- Cosa fai?
- Mf. Sta' zitto.
Nonostante il dolore e quella sensazione di avere ben poca aria da respirare lo agguanta per il colletto e si sporge, premendo di prepotenza le labbra sulle sue. Un bacio che sa di sangue, di speranze sgretolate e di un profondo bisogno. Un bacio che sa di addio.
- Te la caverai, Bry...
- Non prendermi... per il culo... non sono... una bambina...
Anche le parole fanno fatica ad uscirle di bocca e nonostante la frase appena pronunciata si accoccola ancora di più contro il petto ferito dell'uomo.
- Non ti prendo per il culo... tu ce la puoi fare... come hai sempre fatto...
Lei singhiozza cercando di recuperare altra aria e gli lancia un'occhiata intensa.
- Grazie...
- Non devi ringraziarmi...
- Sì invece... per tutto... tutto quanto...
Lo fissa sentendo la gola che va chiudendosi e buttando fuori un fiotto di sangue per cercare di liberarsi.
- Soprattutto... per... avermi fatto... credere... di nuovo...
- Credere?
Lui tossisce e lei annuisce.
- Credere... in che cosa?
Anche lui si sente stanco, ma ce la mette tutta per resistere, per restare con lei ancora un po'. Per godersi un attimo di pace in più con quella furia di donna tra le braccia.
- Ne... nelle favole...
Ci prova a sorridergli, ma non è facile. Le lacrime le pungono gli occhi, rendendole ancora più difficile parlare. Non ha la forza di trattenerle e le lascia scivolare sulle guance mentre con una mano accarezza il volto di lui.
- Mi piacciono le favole...
Afferma il mutante stringendola forte.
- Soprattutto... quando diventano vere...
E il sorriso di lei è dolceamaro, sinceramente toccato da quel sentimento che pare venir fuori solo adesso con chiarezza.
- Vuoi... che te ne racconto una?
Il nodo in fondo alla gola gli rende difficile sembrare leggero e allegro, ma in fondo c'è poco da essere allegri. Lei risponde con un piccolo cenno della testa e Rourke se la stringe forte al petto.
- Quando uscirai dall'ospedale... verrò a prenderti... e prenderemo Lil' Dy... ce ne andremo da qui... lontani... dove vogliamo noi... dove nessuno ci verrà a cercare... ricominceremo da capo... ma insieme... tutti e tre insieme... e ci sposeremo, se lo vuoi... e Lil' Dy potrà prendere il mio cognome... o anche no... lo deciderai tu... ma voglio stare con te... con voi... e fare tanti fratellini e sorelline per Lil' Dy... sì, tanti piccoli noi, così che non si senta sola... mai...
Il respiro di lei è sempre più flebile, il cuore rallenta i battiti e questo lo mette in agitazione. China la testa per incrociarne lo sguardo quasi completamente spento e le accarezza le guance rigate di lacrime.
- Mi vuoi sposare, Bry?
Lei pare colpita per una frazione di secondo, come se riacquistasse lucidità, poi rantola cercando di dire qualche cosa.
- Va... va bene... non importa se non vuoi...
Ma c'è ancora una scintilla di ribellione negli occhi della Flamer che cerca il suo sguardo nonostante sia ormai prossima a lasciarsi andare.
- Voglio...
- Mh?
- Lo... voglio...
E quelle due piccole parole per un attimo sembrano rendere quel pianeta sconquassato migliore. Rourke sorride, si china a baciarla di nuovo, come se questo potesse suggellare quella promessa, e così facendo reclama il suo ultimo respiro. Quando si stacca da lei, il petto di Bryanna si abbassa per l'ultima volta, il cuore si ferma e tutto quel calore di cui era padrona si placa cominciando a svanire come se non le fosse mai veramente appartenuto. La osserva, così pallida e inerme come non lo è mai stata, e sente un battito venire meno.
- Bry...
La chiama, ma non gli risponde. Non c'è bisogno di insistere e lo sa bene. Si limita a stringerla forte al petto, cullandola ancora, con le lacrime che ribollono negli occhi e sgorgano senza permesso ingolfandosi nella barba non più folta come quando si sono incrociati per caso su una panchina di Chinatown.
- Ci sposeremo... te lo prometto... faremo una... di quelle... stupide cerimonie... a Las Vegas... con Elvis come parroco... e tu... tu sarai bellissima... e io sarò... l'uomo più felice... di questo... cazzo di pianeta... perché... mi dirai di sì...
Continua a cullarla finché può, finché le forze glielo permettono.
- E... ti amerò... come meriti... come meritate tu... e Lil' Dy... ti amerò... fino alla fine... dei miei giorni...
E finalmente qualcuno arriva. Ma non chi avrebbe voluto arrivasse. Una navetta spaziale atterra a pochi metri da loro e un gruppo di una mezza dozzina di alieni ne scende venendogli incontro ad armi spianate.
Rourke li osserva con sguardo appannato, la vita che gli scivola lentamente via dalle dita. Li sente blaterare nella loro lingua e avvicinarsi sempre di più. E prende una decisione. La mano sana rimasta viene infilata in tasca e ne estrae un ultimo bullone. Lo stringe nel pugno caricandolo al massimo, poi stringe forte a sé il corpo di Bryanna.
- Andate... tutti... a farvi fottere...
Aspetta che siano abbastanza vicini, poi apre il palmo della mano e fa rotolare il bullone carico ai propri piedi.
Il boato è così fragoroso che riesce a soverchiare il dolore. Ha donato tutte le sue energie a quel piccolo pezzetto di metallo e tanto basta per decimare nuovamente le forze degli alieni presi di sorpresa. Finalmente, anche per lui c'è la pace dopo tanta guerra. Contro il sistema, contro il razzismo, contro la vita ingiusta. E infine anche contro un invasore di un'altra dimensione. Anche per lui c'è quella benedetta luce in fondo al tunnel, quella rassicurante che ti fa sperare nel meglio. E una voce che lo chiama, invitandolo a raggiungerla. Per sempre.
-----------------------------------------------------
Sono passate ore da quando sua sorella è uscita e ormai la notte è quasi finita. L'alba giungerà a breve e lui ha già capito che quella pessima sensazione non se ne andrà finché non farà di testa sua.
- Vado a cercarla.
- No! No, Shane!
- Bry lo farebbe per noi.
- Non posso perdere anche te! Non lo sopporterei!
Lui si avvicina, prende per le spalle sua madre e la fissa intensamente negli occhi.
- Non mi perderai, ma'. Vado solo a cercarla. Non mi metto nei casini, te lo prometto.
La donna tentenna ma ci pensa suo padre a prenderla tra le braccia e consolarla mentre a lui rivolge un'occhiata piena di preoccupazione.
Non c'è altro da dire. Solo un cenno del capo a volerli rassicurare, lanciando un'occhiata alla nipotina che dorme nell'unica piccola branda presente in quell'angusto nascondiglio, poi scala i pioli verso la superficie. Controlla che nessuno sia nei pressi, esce dal garage e si insinua tra i vicoli della South side. Li conosce fin troppo bene e cerca di intuire da che parte sia andata sua sorella.
Le grida riecheggiano sulle pareti, ma nonostante quel radicato senso di giustizia che Bryanna gli ha inculcato, si tiene alla larga dagli scontri. Evita di uscire allo scoperto e anche di soccorrere chicchessia. Non ha tempo per questo. Con la mascella contratta e quella sensazione di inevitabilità si ritrova ad aggirarsi nella zona industriale, in mezzo a garage disfatti, bandoni macchiati di spray o da bruciature di combattimenti. E' sfilando dentro un vicolo stretto che percepisce chiaramente il rumore di una di quelle navette aliene e pur deciso a tenersi alla larga dai guai si affaccia sulla scena per capire cosa stia accadendo.
Quel mezzo spaziale sta tuttavia lasciando il posto, librandosi per una manciata di secondi prima di schizzare via verso un cielo così buio che può solo preannunciare un'alba in germoglio. Cosa siano venuti a fare non se lo chiede neanche, anche se può immaginarselo. Su quella strada imbrattata da esplosioni, crepe e sangue non c'è niente e nessuno. Solo un paio di cassonetti ribaltati. E' ormai sul punto di voltarsi e tornare a infrattarsi nel vicolo quando un particolare attira la sua attenzione. Proprio accanto a quei cassonetti c'è qualcosa di rotondo e fiammeggiante e verso quell'oggetto dirige la sua attenzione. Riconoscerlo è questione di attimi. E' il casco di Bryanna, non può sbagliarsi.
Il cuore perde un colpo mentre incerto si avvicina a quella protezione abbandonata, chinandosi per recuperarla. Quasi forse si aspetta di trovarci il volto della sorella dentro, ma quel guscio fiammante è vuoto. Lo stringe con forza quasi volesse trarre dalle sue componenti cosa sia accaduto finché con la coda dell'occhio non nota quelle macchie estese di sangue, lì proprio vicino al muro e contro di esso.
Chiunque ne abbia perso così tanto non può essere sopravvissuto.
La mascella si stringe mentre accucciato a terra cerca di trattenere il maremoto interiore che vorrebbe riverberarsi in un'esplosione di potere. La stessa che vede essersi prodotta proprio lì, a pochi passi da dove quelle macchie di sangue sono ormai abbrustolite. Cerca di controllarsi, di respirare e di mantenere quell'energia concentrata dentro di sé. Un gracchiare incomprensibile lo distrae, elettronico e sconnesso, e gli occhi scuri si posano subito sul casco che sta ancora stringendo con forza. Lo fissa come se fosse un'arma di cui comprendere il potenziale, poi con un gesto rapido e istintivo infila la testa dentro quel guscio impenetrabile e regola la frequenza di trasmissione a una banda larga che possa raggiungere più dispositivi possibili.
- Pronto? C'è qualcuno all'ascolto? Sono Shane Davies. Non ho un nome in codice ma il Preside Scott mi conosce. Ho un messaggio per tutti quelli che ascoltano: non arrendiamoci. Mia sorella, Red Comet, non lo ha fatto. Fino all'ultimo, si è sempre battuta. Quindi io non lo farò. Non mi darò per vinto. Non permettiamo a questi stronzi alieni di portarci via tutto quello che abbiamo. Rispediamoli da dove cazzo sono venuti. Riprendiamoci il nostro cazzo di pianeta. Passo. E chiudo.
Sa che i più abili rintracceranno il segnale e forse qualcuno verrà anche a cercarlo. Forse perfino alcuni alieni erano in ascolto, ma non gli interessa. Torna a rifugiarsi dietro il vicolo e porta con sé quel casco, l'unica cosa che gli rimane di Bryanna. Resta in attesa fin quando il sole non supera l'orizzonte inondando quella strada vuota con i suoi raggi. Un nuovo giorno ha inizio e con il cuore pesante Shane si alza e torna verso il rifugio sicuro dove i genitori lo stanno aspettando.
Quando riappare, sua madre capisce fin troppo in fretta perché sia solo in compagnia di un casco familiare e perché abbia quell'espressione addosso. Si stringono, piangono tutti insieme e seppur nel vortice dell'angoscia cercano di fare più silenzio possibile, perché fuori da lì la Guerra è ancora in atto e non risparmia nessuno. E neanche Shane si risparmia. Promette di essere d'aiuto, di dare il suo contributo e scacciare l'invasore. In memoria di sua sorella. In memoria del suo coraggio.
I suoi luogotenenti e la sua fanteria hanno subito dato del filo da torcere a tutti quanti, per non parlare del terrore scaturito dalle loro tremende retate. Spingono i superumani a uscire allo scoperto, li neutralizzano e li portano via a branchi, neanche fossero pecore di un gregge da riunire in un unico futuristico ovile spaziale.
Gli umani invece vengono semplicemente trucidati. Per questo ha preso sua figlia, i suoi genitori e suo fratello e li ha portati con sé, rinchiudendoli in quel nascondiglio segreto che ha risistemato lei stessa. I viveri scarseggiano e gli scontri sono all'ordine del giorno. La paura brulica per le strade sempre più macchiate di sangue, ma lei non riesce a starsene buona. Deve vedere, sapere, combattere.
E soprattutto deve proteggere la sua famiglia, la sua casa, il suo pianeta. Indossa di nuovo la sua tuta al completo, si assicura il casco e fa per uscire.
- Bryanna, ti prego. Non c'è bisogno che tu vada... resta!
Sua madre è in lacrime, disperata, stanca, provata. Anche suo padre ha i segni della paura intorno agli occhi, mentre suo fratello pare sul punto di esplodere da un momento all'altro.
- No. Non resterò qui ad aspettare che ci trovino. Posso proteggervi. Sai che posso farlo.
- Io... lo so che puoi... ma non devi... questa volta non devi.
- E' troppo pericoloso, Bryanna.
I suoi occhi incrociano quelli del padre, ma prima che possa aprire bocca anche suo fratello salta in piedi.
- Vengo anche io con te. Posso aiutarti a...
- No!
- Perché? Perché non mi lasci mai fare niente?! Ho quasi sedici anni! Ti posso aiutare!
Dyana si agita in braccio alla nonna, singhiozza spaventata da quelle urla e Bryanna scatta verso il fratello afferrandolo per le spalle.
- Lo so. So che puoi farlo. Ma poi chi resterebbe a proteggere mamma e papà, eh?
La mascella di suo fratello quasi tocca terra per lo sbalordimento.
- Tu sei l'unico che può farlo se io non ci sono. Devi proteggerli. Proteggi loro e Dyana. Mi hai capito, Shane?
- S-sì...
- Giuramelo!
- Te lo giuro.
Si fissano negli occhi, quasi sapessero che potrebbe essere l'ultima volta che si vedono. E senza neanche rendersene conto si ritrova ad abbracciare quel ragazzino che sta crescendo fin troppo in fretta in una realtà che vorrebbe fosse solo un incubo da cui potersi risvegliare.
- Tieni d'occhio le telecamere. Se trovano la botola, uscite dall'armadio e chiudete la porta blindata dietro di voi. Seguite le fognature fino fuori città. Non tornate a casa per nessuna ragione. Chiaro?
- Chiaro.
Si annuiscono e lei si dirige nuovamente verso la scala.
- Bryanna...
Si volta verso i suoi genitori e sua madre si avvicina con la piccola Dyana dagli occhi lucidi ancora in braccio.
- Ti voglio bene.
- Anche io, ma'.
- Sta' attenta. Ti prego.
Lei annuisce e di nuovo si prepara alla scalata verso la superficie, ma prima di farlo sente qualcosa. Sente di dover fare qualche cosa prima che sia tardi. Così si volta, torna indietro e abbraccia forte sua madre. Poi fissa sua figlia e le calca un grosso bacio sulla guancia. Infine si volta verso suo padre.
- Torna da noi, Bryanna. Torna sana e salva.
La stringe forte e lei contraccambia.
- Tornerò.
Ma una strana sensazione le sussurra subdola nei recessi dell'animo che non riuscirà a mantenere la promessa.
Fuori dal nascondiglio il mondo è caos.
Lei cerca di evitarne il fulcro, di strisciare nei vicoli e passare inosservata come può nonostante il mascheramento. Attraversa South side, si fa largo tra le macerie delle auto e dei corpi freschi di un attacco da poco riuscito. Alieni e superumani giacciono vicini e nell'aria c'è l'odore della carne bruciata, della polvere da sparo e della morte. Un magone le blocca la gola, ma cerca di non farsi sopraffare dalla rabbia e dalla paura. Sgattaiola via, cercando di raggiungere quel posto che ha visto forse un paio di volte prima che Magnus decidesse di spuntare realmente e proclamarsi nuovo signore di quella parte di Universo.
Sguscia fino alla porta, cerca di forzarla, ma prima che possa riuscirci una mano le tappa la bocca e un'altra le immobilizza le braccia.
- Non dovresti essere qui...
Una voce familiare e i suoi muscoli tesi si rilassano appena.
- Mffmf... mfmfmfmmmf...
- Uh? Scusa, non ho afferrato.
Lei si divincola, tira una gomitata all'uomo e si libera della sua mano.
- Ho detto: ma va'. Per chi credi che sia venuta, razza di idiota?
Ma nei suoi occhi c'è più sollievo che rabbia mentre si volta a cercarne lo sguardo. Peccato che lui non possa notarlo a causa della visiera scura.
Ma forse lo percepisce lo stesso. Forse c'è qualcosa di più che semplice chimica tra loro e un sorriso preoccupato e contento gli si dipinge in faccia prima che le braccia si muovano di nuovo per stringerla forte al petto.
- Hai ragione, sono un idiota. Ma sono anche felice di vederti e sapere che stai bene...
La accarezza e quel tocco come sempre la scioglie e al contempo fa aumentare quella temperatura già pericolosamente alta in lei.
- Anche io.
Confessa senza troppi problemi.
- Dov'è Lil' Dy? Sta bene?
Lui e la sua costante premura per sua figlia la fanno sciogliere ancora di più, ma la bocca si tende per il nervosismo e la preoccupazione.
- E' al sicuro. Nascosta con i miei. C'è mio fratello a badare a loro.
Rourke annuisce come se in effetti gli avesse dato una bella notizia, ma anche nei suoi occhi riverbera l'ansia per la difficile situazione in cui si sono ritrovati.
- Qui non è sicuro...
Lei si lancia un'occhiata alle spalle e forse per la prima volta un brivido di apprensione le corre distintamente lungo la spina dorsale.
- Da nessuna parte lo è.
I muscoli di entrambi si tendono, come se quella verità avesse toccato un nervo scoperto, poi Rourke la prende per mano e la trascina lontana dal bandone dell'officina. Vanno a caccia di un posto appartato tra i vicoli, come ratti che si nascondono dalle fiamme di una torcia e cercano di sfuggire alle trappole di esseri tanto più grandi e pericolosi di loro.
Per quelli che sembrano minuti infiniti, il caos e la guerra sembrano lontani mentre si concedono di riscoprirsi, di constatare che non ci siano nuove ferite da guarire, mentre cercano un po' di pace nei baci smorzati di chi ha paura di perdere tutto da un momento all'altro.
Sono le grida di alcune persone che li fanno precipitare nuovamente nel mondo reale e nella tragica pellicola di cui sono protagonisti. Urla di donne, di uomini, di giovani e perfino di un bambino. E forse proprio a causa di quest'ultimo lei si precipita a sbirciare da oltre quel vicolo striminzito in cui si sono infrattati. Rourke la trattiene per un braccio, cercando di impedirle di fare qualcosa di avventato, ma prima che possa sbottargli in faccia le fa cenno di non far rumore, passandole davanti e andando in avanscoperta per primo. Si affaccia, cerca di capire cosa stia succedendo e la sua espressione è il riflesso della gravità della situazione.
Lei non se lo fa ripetere due volte e si sporge a sua volta a voler osservare coi propri occhi, restando per diversi istanti paralizzata: una famiglia al completo, padre, madre, quattro figli e perfino una persona più anziana, è stata scovata e trascinata in strada dai soldati di Magnus. Vogliono chiaramente scoprire se alcuni membri di quel gruppetto possiedono dei poteri e non perdono tempo nello strappare dalla braccia materne il più piccolo di casa. E' quella brutale visione, unita alle urla disperate della madre che viene ferocemente messa a tacere da un colpo a bruciapelo delle loro armi aliene che scatena la furia di Bryanna.
Il fuoco si propaga rapido nelle vene, investendo il suo corpo di fiamme vivide che rischiano di bruciare perfino Rourke accanto a lei.
- Bry, no!
Lui cerca di trattenerla, ma finisce solo con lo scottarsi mentre lei si slancia contro il nemico con un ringhio d'ira profonda. Cinque soldati alieni, tutti dotati di poteri, e lei vi si lancia contro senza battere ciglio, troppo ottenebrata dalla furia di quel sopruso per rendersi conto di essere in netto svantaggio. Ma il suo attacco vanta almeno l'effetto sorpresa. Come una meteora piombata dal cielo atterra fragorosamente il primo alieno che le capita a tiro, stendendolo con una fiammata spaventosa. Tutti gli occhi allora si puntano su di lei, perfino quelli delle persone che cerca di salvare, ma non ha il tempo di rendersi conto che sono terrorizzati dalla sua apparizione.
Due soldati la attaccano, cercando di tirarla giù dal cielo e lei è costretta a ricorrere al suo secondo potere per ripararsi da quelli sconosciuti degli alieni che attentano alla sua stabilità di volo. Ma un altro la afferra subdolamente al piede con quello che sembra un tentacolo elastico e l'incontro con l'asfalto è doloroso. Per un attimo le sue fiamme si affievoliscono, ma non abbastanza da permettere ai suoi nemici di metterle le mani addosso. Quello più vicino si becca un blast a bruciapelo che gli porta via parte del braccio, ma non è sufficiente a farlo desistere. Le urla delle vittime tornano a colmarle l'udito e ha appena il tempo di ruotare la visuale e incrociarne gli sguardi spaesati per capire che probabilmente sono tutti umani e verranno uccisi senza pietà.
Gli occhi nascosti dalla visiera tornano sul nemico e in particolare su quel pargolo che strepita dimenandosi in braccio a uno degli alieni. Con un ennesimo ringhio forzato la Flamer si rotola per terra evitando di venire schiacciata da un grosso piede deforme che mira al suo petto e con un colpo preciso e ravvicinato raggiunge il ginocchio di colui che ha strappato il figlio dalle braccia della madre. Quello crolla miseramente e lei fa appena in tempo a recuperare il bambino che un dolore lancinante le perfora la coscia sinistra. Cerca di trattenere un grido di dolore, ma riesce solo a trasformarlo in un ringhio sofferente da bestia ferita.
- Bry!
La voce è di Rourke, che spunta fuori dal nascondiglio con una mano fasciata e un sacchetto di bulloni che si rovescia su quella sana. Lei ansima cercando di non fargli capire quanto stia soffrendo e tra i lamenti riesce in qualche modo a urlargli qualcosa nel suo gergo biascicato.
- Portali... via!
Ma invece che darle ascolto lui carica uno di quegli oggettini metallici e dopo averle scoccato un'occhiata complice lo lancia in mezzo ai soldati di Magnus. L'esplosione la colpisce in pieno, ma la barriera energetica che erige in un millesimo di secondo protegge lei e il bambino terrorizzato che stringe al petto.
- Sam! Il mio Sam! No!
Le urla dei parenti sono strazianti, ma il fumo e i detriti sollevati dalla bomba energetica di Rourke le permettono di guadagnare terreno per raggiungerli. Zoppica vistosamente, un'evidente macchia di sangue che comincia ad allargarsi sulla tuta, ma in qualche modo riesce a rimettere il bambino tra le braccia del padre.
- Andatevene...
Quello la guarda stranito, come se fosse lei l'aliena, ma le grida degli invasori alle sue spalle non le danno il tempo di replicare a quell'occhiata.
- Subito!
Riesce a sbottare in faccia all'uomo prima di pararsi a difesa di quella famiglia che si raduna in fretta e furia e prende a scappare mentre Rourke le si fa vicino, stringendo ancora tra le mani quei piccoli oggetti apparentemente innocui.
- Ti avevo detto di portarli via.
- Vuoi litigare proprio adesso?
Gli lancia un'occhiata e si rende conto di quanto sia teso. Ma non hanno molto tempo per mettere su un piano. Devono improvvisare e la cosa la turba, per quanto non sia una maestra di tattiche strategiche.
Uno degli alieni si smaterializza per ricomparire alle loro spalle cercando di coglierli di sorpresa ma lei si libra immediatamente in volo usando al contempo il proprio scudo per difendersi da quell'attacco infame. Rourke invece schiva per un pelo il colpo che avrebbe dovuto centrarlo al petto, finendo a malapena scalfito al braccio. Senza attendere un attimo di più, Bryanna carica un blast e centra il collo dell'alieno che crolla a terra. Un attimo dopo la sua testa sembra sul punto di scoppiare.
Un fischio fastidioso le penetra le orecchie e sembra friggerle il cervello impedendole di continuare a volare. Piomba a terra tenendosi la testa tra le mani e solo in lontananza si rende conto che Rourke la sta chiamando. Stringe i denti per non lasciarsi sfuggire le urla che vorrebbe invece innalzare al cielo, e non troppo lontano da lei un secondo botto fa saltare in aria altri alieni. E' più o meno nello stesso istante che quella morsa feroce alle sue sinapsi la abbandona, lasciandola libera di ingoiare grosse boccate d'aria mentre si riprende. Giusto in tempo per vedere Rourke volare via schiantandosi contro il muro più vicino.
Con occhi sgranati lo osserva sputare sangue e la sua ira si rinfocola contro i due alieni rimasti in piedi che già lo minacciano con le loro armi futuristiche. Le fiamme riprendono vita sul suo corpo, il calore che si fa sempre più intenso fin quasi a rendere irrespirabile l'aria intorno a lei. Gli occhi brillano di quel violetto tendente quasi al rosso, più minacciosi che mai e in un lampo raggiunge Rourke, parandosi davanti a lui e rilasciando poi un'onda d'urto tale da scagliare ben lontani i nemici da dove si trova il mutante. Ma non si accontenta di questo. Senza attendere un attimo di più mira con entrambi i Wrist i due nemici e fa fuoco investendoli in pieno. I tessuti di cui quegli alieni sono fatti si carbonizzano all'istante e l'asfalto si tinge del loro sangue in schizzi astratti da pittore impressionista. Solo quando li vede a terra, esanimi, si permette di tornare coi piedi per terra, spegnendo le proprie fiamme per poi voltarsi verso l'uomo alle sue spalle.
Lui è ancora accasciato a terra, sul pettorale destro si sta allargando una macchia rossa ed è chiaro che respira a fatica. Zoppica fino a lui, poi la gamba ferita cede e si ritrova a camminare carponi fin quando non lo raggiunge.
- Abbiamo... fatto un bel botto... vero?
Le sorride con i denti macchiati di sangue e la gravità delle sue condizioni le risulta chiara fin da subito. E' pallido e muove con fatica il braccio destro, almeno quanto lei sente perdere forza alla gamba sinistra.
- Mi... mi dispiace...
Balbetta osservandolo, cercando con le mani di andare a scoprire la ferita per vedere quanto sia profonda. La osserva con il cuore che perde un colpo e subito dopo cerca di strappare una striscia di tessuto per premergliela con forza addosso.
- Anche a me... ma non per quello che pensi...
Lei si cruccia cercando di capire, apre la bocca per esporgli il suo dubbio ma un dolore perforante la prende alle spalle. La passa da parte a parte scavando un sottile tunnel nel suo sterno, per poi ritrarsi come se avesse una propria volontà. E forse in effetti ce l'ha: un tentacolo affilato come una lama si ritira velocemente dopo aver colpito così subdolamente e lei crolla con il fiato spezzato tra le braccia di Rourke che la fissa sgomento, ignaro di quanto accaduto.
- Bry... che hai? Cosa...
Solo dopo nota l'alieno che barcollante si è messo in ginocchio e sta smanettando su un qualche bracciale tecnologico per chiamare rinforzi. E allora è il suo turno di agire. Estrae un coltellino da lancio, caricandolo del suo distruttivo potere e dopo aver preso la mira lo scaglia contro l'alieno. Un attimo dopo, la testa dell'essere esplode in mille pezzi lasciando forse il messaggio a metà.
Bryanna singhiozza, cerca di recuperare tutto l'ossigeno che può mentre avverte quell'ineluttabile sensazione che va riempiendole i polmoni.
- Non ti agitare... va tutto bene... ci sono io... respira...
Ma anche Rourke non è messo meglio. Tossisce e sputa sangue quanto lei, e nei suoi occhi può leggere la pena che prova.
Lui se la sistema meglio in grembo, cullandola come se fosse una ragazzina e la sua presenza la conforta per quanto avverta quella spiacevole sensazione farsi sempre più pressante.
- Rourke...
- Sssh... va tutto bene... davvero...
- Rourke.
- Tra poco arriverà qualcuno e ti porteranno in ospedale... guarirai... e tornerai da Lil' Dy...
Lei alza lo sguardo per osservare la sua espressione e subito dopo porta le mani al casco. Grugnisce nello sforzo di toglierselo e geme per il dolore mentre il fiato le si spezza ancora di più, ma alla fine quella protezione adesso inutile rotola a terra.
- Cosa fai?
- Mf. Sta' zitto.
Nonostante il dolore e quella sensazione di avere ben poca aria da respirare lo agguanta per il colletto e si sporge, premendo di prepotenza le labbra sulle sue. Un bacio che sa di sangue, di speranze sgretolate e di un profondo bisogno. Un bacio che sa di addio.
- Te la caverai, Bry...
- Non prendermi... per il culo... non sono... una bambina...
Anche le parole fanno fatica ad uscirle di bocca e nonostante la frase appena pronunciata si accoccola ancora di più contro il petto ferito dell'uomo.
- Non ti prendo per il culo... tu ce la puoi fare... come hai sempre fatto...
Lei singhiozza cercando di recuperare altra aria e gli lancia un'occhiata intensa.
- Grazie...
- Non devi ringraziarmi...
- Sì invece... per tutto... tutto quanto...
Lo fissa sentendo la gola che va chiudendosi e buttando fuori un fiotto di sangue per cercare di liberarsi.
- Soprattutto... per... avermi fatto... credere... di nuovo...
- Credere?
Lui tossisce e lei annuisce.
- Credere... in che cosa?
Anche lui si sente stanco, ma ce la mette tutta per resistere, per restare con lei ancora un po'. Per godersi un attimo di pace in più con quella furia di donna tra le braccia.
- Ne... nelle favole...
Ci prova a sorridergli, ma non è facile. Le lacrime le pungono gli occhi, rendendole ancora più difficile parlare. Non ha la forza di trattenerle e le lascia scivolare sulle guance mentre con una mano accarezza il volto di lui.
- Mi piacciono le favole...
Afferma il mutante stringendola forte.
- Soprattutto... quando diventano vere...
E il sorriso di lei è dolceamaro, sinceramente toccato da quel sentimento che pare venir fuori solo adesso con chiarezza.
- Vuoi... che te ne racconto una?
Il nodo in fondo alla gola gli rende difficile sembrare leggero e allegro, ma in fondo c'è poco da essere allegri. Lei risponde con un piccolo cenno della testa e Rourke se la stringe forte al petto.
- Quando uscirai dall'ospedale... verrò a prenderti... e prenderemo Lil' Dy... ce ne andremo da qui... lontani... dove vogliamo noi... dove nessuno ci verrà a cercare... ricominceremo da capo... ma insieme... tutti e tre insieme... e ci sposeremo, se lo vuoi... e Lil' Dy potrà prendere il mio cognome... o anche no... lo deciderai tu... ma voglio stare con te... con voi... e fare tanti fratellini e sorelline per Lil' Dy... sì, tanti piccoli noi, così che non si senta sola... mai...
Il respiro di lei è sempre più flebile, il cuore rallenta i battiti e questo lo mette in agitazione. China la testa per incrociarne lo sguardo quasi completamente spento e le accarezza le guance rigate di lacrime.
- Mi vuoi sposare, Bry?
Lei pare colpita per una frazione di secondo, come se riacquistasse lucidità, poi rantola cercando di dire qualche cosa.
- Va... va bene... non importa se non vuoi...
Ma c'è ancora una scintilla di ribellione negli occhi della Flamer che cerca il suo sguardo nonostante sia ormai prossima a lasciarsi andare.
- Voglio...
- Mh?
- Lo... voglio...
E quelle due piccole parole per un attimo sembrano rendere quel pianeta sconquassato migliore. Rourke sorride, si china a baciarla di nuovo, come se questo potesse suggellare quella promessa, e così facendo reclama il suo ultimo respiro. Quando si stacca da lei, il petto di Bryanna si abbassa per l'ultima volta, il cuore si ferma e tutto quel calore di cui era padrona si placa cominciando a svanire come se non le fosse mai veramente appartenuto. La osserva, così pallida e inerme come non lo è mai stata, e sente un battito venire meno.
- Bry...
La chiama, ma non gli risponde. Non c'è bisogno di insistere e lo sa bene. Si limita a stringerla forte al petto, cullandola ancora, con le lacrime che ribollono negli occhi e sgorgano senza permesso ingolfandosi nella barba non più folta come quando si sono incrociati per caso su una panchina di Chinatown.
- Ci sposeremo... te lo prometto... faremo una... di quelle... stupide cerimonie... a Las Vegas... con Elvis come parroco... e tu... tu sarai bellissima... e io sarò... l'uomo più felice... di questo... cazzo di pianeta... perché... mi dirai di sì...
Continua a cullarla finché può, finché le forze glielo permettono.
- E... ti amerò... come meriti... come meritate tu... e Lil' Dy... ti amerò... fino alla fine... dei miei giorni...
E finalmente qualcuno arriva. Ma non chi avrebbe voluto arrivasse. Una navetta spaziale atterra a pochi metri da loro e un gruppo di una mezza dozzina di alieni ne scende venendogli incontro ad armi spianate.
Rourke li osserva con sguardo appannato, la vita che gli scivola lentamente via dalle dita. Li sente blaterare nella loro lingua e avvicinarsi sempre di più. E prende una decisione. La mano sana rimasta viene infilata in tasca e ne estrae un ultimo bullone. Lo stringe nel pugno caricandolo al massimo, poi stringe forte a sé il corpo di Bryanna.
- Andate... tutti... a farvi fottere...
Aspetta che siano abbastanza vicini, poi apre il palmo della mano e fa rotolare il bullone carico ai propri piedi.
Il boato è così fragoroso che riesce a soverchiare il dolore. Ha donato tutte le sue energie a quel piccolo pezzetto di metallo e tanto basta per decimare nuovamente le forze degli alieni presi di sorpresa. Finalmente, anche per lui c'è la pace dopo tanta guerra. Contro il sistema, contro il razzismo, contro la vita ingiusta. E infine anche contro un invasore di un'altra dimensione. Anche per lui c'è quella benedetta luce in fondo al tunnel, quella rassicurante che ti fa sperare nel meglio. E una voce che lo chiama, invitandolo a raggiungerla. Per sempre.
-----------------------------------------------------
Sono passate ore da quando sua sorella è uscita e ormai la notte è quasi finita. L'alba giungerà a breve e lui ha già capito che quella pessima sensazione non se ne andrà finché non farà di testa sua.
- Vado a cercarla.
- No! No, Shane!
- Bry lo farebbe per noi.
- Non posso perdere anche te! Non lo sopporterei!
Lui si avvicina, prende per le spalle sua madre e la fissa intensamente negli occhi.
- Non mi perderai, ma'. Vado solo a cercarla. Non mi metto nei casini, te lo prometto.
La donna tentenna ma ci pensa suo padre a prenderla tra le braccia e consolarla mentre a lui rivolge un'occhiata piena di preoccupazione.
Non c'è altro da dire. Solo un cenno del capo a volerli rassicurare, lanciando un'occhiata alla nipotina che dorme nell'unica piccola branda presente in quell'angusto nascondiglio, poi scala i pioli verso la superficie. Controlla che nessuno sia nei pressi, esce dal garage e si insinua tra i vicoli della South side. Li conosce fin troppo bene e cerca di intuire da che parte sia andata sua sorella.
Le grida riecheggiano sulle pareti, ma nonostante quel radicato senso di giustizia che Bryanna gli ha inculcato, si tiene alla larga dagli scontri. Evita di uscire allo scoperto e anche di soccorrere chicchessia. Non ha tempo per questo. Con la mascella contratta e quella sensazione di inevitabilità si ritrova ad aggirarsi nella zona industriale, in mezzo a garage disfatti, bandoni macchiati di spray o da bruciature di combattimenti. E' sfilando dentro un vicolo stretto che percepisce chiaramente il rumore di una di quelle navette aliene e pur deciso a tenersi alla larga dai guai si affaccia sulla scena per capire cosa stia accadendo.
Quel mezzo spaziale sta tuttavia lasciando il posto, librandosi per una manciata di secondi prima di schizzare via verso un cielo così buio che può solo preannunciare un'alba in germoglio. Cosa siano venuti a fare non se lo chiede neanche, anche se può immaginarselo. Su quella strada imbrattata da esplosioni, crepe e sangue non c'è niente e nessuno. Solo un paio di cassonetti ribaltati. E' ormai sul punto di voltarsi e tornare a infrattarsi nel vicolo quando un particolare attira la sua attenzione. Proprio accanto a quei cassonetti c'è qualcosa di rotondo e fiammeggiante e verso quell'oggetto dirige la sua attenzione. Riconoscerlo è questione di attimi. E' il casco di Bryanna, non può sbagliarsi.
Il cuore perde un colpo mentre incerto si avvicina a quella protezione abbandonata, chinandosi per recuperarla. Quasi forse si aspetta di trovarci il volto della sorella dentro, ma quel guscio fiammante è vuoto. Lo stringe con forza quasi volesse trarre dalle sue componenti cosa sia accaduto finché con la coda dell'occhio non nota quelle macchie estese di sangue, lì proprio vicino al muro e contro di esso.
Chiunque ne abbia perso così tanto non può essere sopravvissuto.
La mascella si stringe mentre accucciato a terra cerca di trattenere il maremoto interiore che vorrebbe riverberarsi in un'esplosione di potere. La stessa che vede essersi prodotta proprio lì, a pochi passi da dove quelle macchie di sangue sono ormai abbrustolite. Cerca di controllarsi, di respirare e di mantenere quell'energia concentrata dentro di sé. Un gracchiare incomprensibile lo distrae, elettronico e sconnesso, e gli occhi scuri si posano subito sul casco che sta ancora stringendo con forza. Lo fissa come se fosse un'arma di cui comprendere il potenziale, poi con un gesto rapido e istintivo infila la testa dentro quel guscio impenetrabile e regola la frequenza di trasmissione a una banda larga che possa raggiungere più dispositivi possibili.
- Pronto? C'è qualcuno all'ascolto? Sono Shane Davies. Non ho un nome in codice ma il Preside Scott mi conosce. Ho un messaggio per tutti quelli che ascoltano: non arrendiamoci. Mia sorella, Red Comet, non lo ha fatto. Fino all'ultimo, si è sempre battuta. Quindi io non lo farò. Non mi darò per vinto. Non permettiamo a questi stronzi alieni di portarci via tutto quello che abbiamo. Rispediamoli da dove cazzo sono venuti. Riprendiamoci il nostro cazzo di pianeta. Passo. E chiudo.
Sa che i più abili rintracceranno il segnale e forse qualcuno verrà anche a cercarlo. Forse perfino alcuni alieni erano in ascolto, ma non gli interessa. Torna a rifugiarsi dietro il vicolo e porta con sé quel casco, l'unica cosa che gli rimane di Bryanna. Resta in attesa fin quando il sole non supera l'orizzonte inondando quella strada vuota con i suoi raggi. Un nuovo giorno ha inizio e con il cuore pesante Shane si alza e torna verso il rifugio sicuro dove i genitori lo stanno aspettando.
Quando riappare, sua madre capisce fin troppo in fretta perché sia solo in compagnia di un casco familiare e perché abbia quell'espressione addosso. Si stringono, piangono tutti insieme e seppur nel vortice dell'angoscia cercano di fare più silenzio possibile, perché fuori da lì la Guerra è ancora in atto e non risparmia nessuno. E neanche Shane si risparmia. Promette di essere d'aiuto, di dare il suo contributo e scacciare l'invasore. In memoria di sua sorella. In memoria del suo coraggio.
martedì 7 marzo 2017
Burn Christmas, burn!
[Data pubblicazione: 27 Dicembre 2024]
Avete presente quelle dannate cene di Natale in cui ci si ritrova con tutti i parenti e sembriamo una grande famiglia felice? Le detesto.
Dal momento in cui metti un fottuto piede in casa di tua nonna devi sorbirti tutta una serie di stronzate.
"Oh, la mia nipotina!"
"Com'è cresciuta!"
"Perché non vieni a trovarmi più spesso?"
"Non hai ancora trovato l'uomo per te?"
"Come sta quel giovanotto tanto simpatico, quel Brendan?"
It sucks.
E come se non bastasse quest'anno c'era anche un fottuto coro di voci idiote con tanto di espressioni ancora più idiote, tutte rivolte a Dyana ovviamente.
Se la sono passata manco fosse una cazzo di palla. Pucci di qua e biribù di là. Jesus. Come se lei potesse capire qualcosa!
L'unica cosa piacevole è stato scartare i regali: mai ricevuti tanti in vita mia! Anche se in realtà non erano affatto per me... ovviamente erano per Dyana. Non so neanche dove cazzo dovrei metterli. La Fata Brenda e Jos me ne hanno fatti talmente tanti che la sua camera è praticamente piena!
Che strazio! E ancora di più perché io non ne ho fatti di regali. Non ci riesco, sono una cazzo di impedita! Li detesto! E detesto la gente che spinge e si accalca e si butta su degli oggetti senza senso solo per il gusto di arrivarci per prima. Checcazzo di problemi hanno?!
Comunque dopo le rivelazioni di zio Steve e zia Dia almeno sparirò dal radar dei nonni: lui sta per avere un bambino dalla compagna e lei finalmente ha trovato chi se la sposa. Thank you, Jesus!
Ora non resta che aspettare che nonno Ira si riprenda dallo shock e poi tutto tornerà alla normalità: nonna Lea non poteva scegliere un momento migliore per fare comin' out. Non so neanche più quanto cazzo è che sono sposati e lui non s'è mai accorto d'avere per moglie una mutante. Ma almeno la smetterà di pensare che è solo colpa del ramo di papà se io sono nata superumana. Lui e le sue fottute idee da Repubblicano sanno bene dove andare a ficcarsi!
E al diavolo essere buoni per Natale, porgere l'altra fottuta guancia e scambiarsi i cazzo di regali per rimediare! L'unico fottuto regalo che vorrei è in una bara sotto metri di terra e l'unica cazzo di guancia che voglio baciare per il resto della mia stronzissima vita è quella di mia figlia! Screw all the rest!
Avete presente quelle dannate cene di Natale in cui ci si ritrova con tutti i parenti e sembriamo una grande famiglia felice? Le detesto.
Dal momento in cui metti un fottuto piede in casa di tua nonna devi sorbirti tutta una serie di stronzate.
"Oh, la mia nipotina!"
"Com'è cresciuta!"
"Perché non vieni a trovarmi più spesso?"
"Non hai ancora trovato l'uomo per te?"
"Come sta quel giovanotto tanto simpatico, quel Brendan?"
It sucks.
E come se non bastasse quest'anno c'era anche un fottuto coro di voci idiote con tanto di espressioni ancora più idiote, tutte rivolte a Dyana ovviamente.
Se la sono passata manco fosse una cazzo di palla. Pucci di qua e biribù di là. Jesus. Come se lei potesse capire qualcosa!
L'unica cosa piacevole è stato scartare i regali: mai ricevuti tanti in vita mia! Anche se in realtà non erano affatto per me... ovviamente erano per Dyana. Non so neanche dove cazzo dovrei metterli. La Fata Brenda e Jos me ne hanno fatti talmente tanti che la sua camera è praticamente piena!
Che strazio! E ancora di più perché io non ne ho fatti di regali. Non ci riesco, sono una cazzo di impedita! Li detesto! E detesto la gente che spinge e si accalca e si butta su degli oggetti senza senso solo per il gusto di arrivarci per prima. Checcazzo di problemi hanno?!
Comunque dopo le rivelazioni di zio Steve e zia Dia almeno sparirò dal radar dei nonni: lui sta per avere un bambino dalla compagna e lei finalmente ha trovato chi se la sposa. Thank you, Jesus!
Ora non resta che aspettare che nonno Ira si riprenda dallo shock e poi tutto tornerà alla normalità: nonna Lea non poteva scegliere un momento migliore per fare comin' out. Non so neanche più quanto cazzo è che sono sposati e lui non s'è mai accorto d'avere per moglie una mutante. Ma almeno la smetterà di pensare che è solo colpa del ramo di papà se io sono nata superumana. Lui e le sue fottute idee da Repubblicano sanno bene dove andare a ficcarsi!
E al diavolo essere buoni per Natale, porgere l'altra fottuta guancia e scambiarsi i cazzo di regali per rimediare! L'unico fottuto regalo che vorrei è in una bara sotto metri di terra e l'unica cazzo di guancia che voglio baciare per il resto della mia stronzissima vita è quella di mia figlia! Screw all the rest!
Iscriviti a:
Post (Atom)