E' il suo primo respiro.
Il primo ricordo che ha.
Fa male, ma le fa male anche da tante altre parti. In realtà non c'è una sola parte del corpo che non soffra.
Apre gli occhi.
Azzurro.
E' il cielo. Macchiato da alcune spirali grigie. Nuvole? Forse...
Tossisce ancora, il petto è in fiamme. Sente la gola riarsa, le labbra secche. Sole a picco che le brucia la pelle.
Cerca di sollevarsi, di capire come sta.
Quello che indossa è a brandelli. Cerca di recuperare dalla mente cosa fosse, ma fa fatica a mettere insieme i pezzi.
Perché non ce ne sono. Non un singolo frammento di ricordo. Solo dei volti. Delle urla. Attimi che la confondono.
Si guarda. Controlla com'è fatta. Non si ricorda nemmeno quello. C'è qualcosa di fuori posto o no? Non saprebbe dirlo. Le mani sono coperte.
Fa caldo.
Tremando toglie un guanto, poi l'altro. Mani normali, almeno crede. Scure, pelle secca che si squama. Sono sempre state così? Non ne ha idea.
Poi un particolare: due cicatrici minuscole, troppo piccole per essere notate a uno sguardo superficiale.
Tocca, cerca di ricordare. Forse una sensazione... lontana... nebulosa... Forse... Ma le sfugge. Un brivido che non sa da dove viene. Lo ricaccia e continua a esplorare.
Vede bene, sente bene. Inspira. Odori di foglie bruciate, di erba, di terra. Assapora con la lingua un'umidità immaginaria.
Si abbraccia. Valuta, constata, esamina.
Altre cicatrici. Macchie violacee. Graffi. Tutto superficiale. Forse qualcosa si è rotto, ma dentro. Aumenta la pressione, dita che scivolano sulle gambe. Vecchie ustioni affiorano, cercano di pescare nell'immenso oceano vuoto della memoria.
Niente.
Buio.
Cos'ha fatto? Com'è finita lì?
Dov'è "lì"?
Si muove. Cerca di alzarsi. Deve stare in piedi. Deve camminare. Trovare qualcuno. Chiunque.
Capelli lunghi, sfiorano le spalle. Intravede una ciocca. La prende. La osserva. La sistema accanto alla pelle.
Contrasto.
C'è qualcosa di sbagliato. Di disturbante. Non quadra.
Lascia andare e fa un passo. Fa male ma riesce a sopportarlo. Un altro passo, incerta. Può camminare. Ce la può fare.
Come ha sempre fatto.
Chi l'ha detto? Lei? E' una lei... almeno crede.
Un altro passo. La strada è deserta. Alberi bruciati, terra ustionata, anime perdute.
Un brivido lungo la schiena, lo lascia arrivare fino alla nuca. Si abbraccia. Magra consolazione. Dolore ovunque.
Cammina, lentamente. Il sole è alto, ferisce. Cerca confort in una falsa ombra di foglie di palma.
Si ferma, si appoggia, scivola. E' stanca. Tanto. Chiude gli occhi. Solo un minuto.
Ancora un minuto, ma'.
Voci.
Lontane e vicine. Riapre gli occhi. Uomini intorno a lei. Fissano, parlano. Non li capisce.
Si tirano indietro quando si accorgono che li vede. Parlano più veloci, più concitati. Uno di loro la tocca con la punta dello stivale.
- A... aiuto...
Rauca, bassa. Una lingua diversa dalla loro.
- Ai... uta... temi...
E' strana la sua voce. Non l'ha mai sentita. Non così. Almeno cede che non fosse così. Ma non se la ricorda.
Gli uomini parlano. Si avvicinano. Forse chiedono. Ma non capisce.
Ondeggia la testa, cerca di fargli capire che non li comprende. Forse loro lo intuiscono.
Si avvicinano e la sollevano. La tirano in piedi e lei geme di dolore.
La caricano su un qualche mezzo. Non lo aveva visto ma c'era.
E gli occhi le si chiudono di nuovo. Non vuole dormire. Non vuole sognare. Non vuole vedere quei volti.
Ma non resiste, esausta.
Spera solo di non dimenticare tutto.
Non di nuovo.
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